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Il Comune di Napoli non paga, semiconvitti pronti a chiudere

Il Comune di Napoli non paga, semiconvitti pronti a chiudere
di Gianmaria Roberti

A ottobre scorso, sotto il portone di Palazzo San Giacomo si erano incatenate le suore, le più improbabili agitatrici di piazza. Ma a Napoli sta per calare il sipario della storia sui semiconvitti, la rete dell’assistenza cattolica no profit, che nei secoli ha retto l’urto di una plebe affamata e tracimante. Fin dai tempi dalla seicentesca ruota degli esposti, l’immenso ostello per i figli di nessuno, e anche prima. Il Comune in bolletta deve agli istituti 40 milioni, accumulati negli ultimi quattro anni di galoppante disavanzo. All’Uneba, l’ente che riunisce i semiconvitti, l’assessorato alle Politiche sociali aveva assicurato il pagamento di 2,8 milioni entro Natale. Ma le casse vuote di Palazzo San Giacomo hanno sancito la resa, e 1.500 operatori sociali resteranno senza stipendio e tredicesima. “Non ci sono soldi” è stata la laconica comunicazione dell’amministrazione. “Non c’è alcuna giustificazione di sorta” protesta Lucio Pirillo, presidente di Uneba-Napoli. Ora un migliaio di minori a rischio può restare senza assistenza, e centinaia di homeless privi delle mense. Perché “c’è già l’orientamento, espresso dal nostro direttivo, di non riaprire gli istituti a gennaio” annuncia Pirillo. “Così non ce la facciamo ad andare avanti” aggiunge. All’inizio del prossimo anno un’assemblea deciderà se continuare la battaglia, con le forze ormai allo stremo. Se l’Uneba alzasse bandiera bianca, tutti i dipendenti finirebbero in mezzo a una strada, e una cinquantina di semiconvitti smetterebbe di assistere minori e senzatetto. Sono centri dove l’istruzione e l’educazione tentano di strappare alla devianza i ragazzini di famiglie disagiate, al Pallonetto di Santa Lucia, ai Vergini, a Montecalvario. Chiuderebbe i battenti un istituto a Scampia, nella zona della Vanella Grassi, il fortino della fazione dei Girati, epicentro dell’ultima faida di camorra. Un paio di mesi fa aveva sospeso l’attività il Sant’Antonio La Palma, fondato nel 1858 dal Beato Padre Ludovico da Casoria, nella casbah del rione Sanità. A Secondigliano identica sorte per le suore Francescane di Sant’Antonio, che ospitavano 60 bambini di nuclei familiari disgregati, con genitori detenuti e tossicodipendenti. Porte sbarrate anche alla mensa delle suore di Madre Teresa di Calcutta, in via Tribunali: offriva pasti a un centinaio di senza fissa dimora, poveri ed extracomunitari. “Chiediamo alle forze politiche presenti in consiglio comunale – dice Pirillo – di richiamare il sindaco Luigi De Magistris e l’assessore alle politiche sociali Sergio D’Angelo al rispetto degli impegni presi. Svolgiamo ancora, nonostante tutto, un servizio regolato da una convenzione firmata dal Comune e tuttora in vigore”.

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