Sab. Ago 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il conte Ugolino a San Pietro a Corte

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Domenica mattina viaggio nel IX cerchio dell'Inferno / di Rino Mele

Litografia di Alberto Martini

Algebre, di Rino Mele

A Salerno, Dante è di casa: abita nello slargo dei Canali, una piazza suggestiva e scoscesa come tutte le piazze interne della Città (le altre s’aprono sul mare e non sono solo immense terrazze, come quella della Concordia con la sua statua dell’Immacolata). Ai Canali, di fronte al vecchio Municipio, c’è un’oasi di storia, senza pari per freschezza comunicativa, con Palazzo Fruscione e la meravigliosa struttura – a più livelli – di San Pietro a Corte dove, nella Cappella Palatina del principe Arechi II, ogni domenica alle 11, leggo un canto dell’intera Commedia di Dante e lo analizzo. Dopo la mia lettura è previsto l’intervento di un prezioso ospite col quale in parte dialogo e che poi autonomamente approfondisce un tema, o un elemento del canto. Domenica 21 saremo giunti al XXXIII dell’Inferno. Per terminare l’impresa, voluta dalla Fondazione di Poesia e Storia, dovremo avventurarci per altre 67 stazioni, nell’impercorribile mondo di Dante, con i suoi morti che sembrano vivi tanto si portano dietro passioni e lo strazio delle pene.
Gli ospiti che hanno collaborato con la lettura e l’analisi dei canti, sono studiosi, artisti, filosofi di grande sapienza (li cito tutti, un po’ in disordine): Aldo Masullo, Aldo Trione, Pier Luigi Rovito, Riccardo Dalisi, Giuseppe Cacciatore, Francesco Mancuso, Isaia Sales, Angelo Meriani, Pietro Lista e Giuseppe Latronico con le loro performance, Giovanna Mozzillo, Rosa Grillo, Alfonso Conte, Geppino Gentile, Paolo Russo, Ciro Caliendo, Pasquale De Cristofaro, Rita Felerico, Antonio Di Nola, Alberto Amatucci, Walter Di Munzio, Pino Cantillo).Domenica prossima alle 11, a San Pietro a Corte, sarà ospite Andrea Manzi, per il XXXIII canto dell’Inferno: un testo che mette timore e stupefazione, e basterebbe da solo a mostrare la grandezza di Dante.
Racconta, tra l’altro, del conte Ugolino della Gherardesca (accusato d’aver tradito gl’interessi della sua città, Pisa), un personaggio storico, straziato dalla sua messa a morte insieme a quella di due suoi figli, e due nipoti innocenti.

La Torre del Conte Ugolino nella piazza dei Cavalieri di Pisa
La Torre del Conte Ugolino a Pisa in piazza dei Cavalieri.

Questo canto è forse quello che più violentemente esprime la tragica condizione dei dannati, costretti – per maggior dolore – a ripetere, nell’eternità del tempo, la figura di contraddizione in cui si son lasciati alla fine distruggere (in questo caso l’odio di parte con l’Arcivescovo Ruggeri, ghibellino).
Siamo nel nono cerchio, al fondo di un enorme pozzo, su un lago ghiacciato, il Cocìto, formato dall’acqua dei tre fiumi infernali (Acheronte, Stige, Flegetonte): secondo la loro appartenenza a una delle modalità del peccaminoso tradire, i dannati vi sono immersi in una particolare posizione: col volto a specchio sulla superficie (“come a gracidar si sta la rana”, dice Dante) per coloro che hanno tradito i parenti; infissi come pali nel ghiaccio, per i traditori politici, come Ugolino; supini, e sono quelli che hanno tradito gli ospiti; infine, del tutto immersi nel ghiaccio come una festuca nel vetro e sono i traditori dei sommi benefattori. Gran parte del canto XXXIII, che è molto lungo, è dedicata alla risposta di Ugolino a Dante, il monologo orrendo in cui grida il raccapriccio di aver visto – morendo – morire i figli e i nipoti (ed è questo – per contrappasso – il significato del suo eterno divorare l’arcivescovo che, nel 1289, l’aveva condannato a quella pena).

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