Il declino dell’Europa

Il declino dell’Europa
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

“L’estate sta finendo …”, ma quando mai è cominciata, si potrebbe legittimamente replicare. Tutti aspettano la ripresa, tutti aspettano che Renzi faccia il miracolo. Ma quale miracolo è possibile se le risorse, quelle sì, sono veramente finite. L’indice di fiducia delle famiglie è ai minimi storici, avanza la deflazione (i prezzi vanno giù, la qual cosa, a prima vista, può sembrare conveniente per i consumatori, in realtà è un indice economico considerato da tutti gli analisti come una sciagura), i disoccupati crescono; in questo clima, i diritti conquistati in anni e anni di lotte tendono a scomparire ed è veramente più difficile provare a guardare avanti con speranza. L’Europa diventa matrigna e mostra i muscoli verso i suoi figli più fragili ed è debolissima nello scacchiere internazionale, tant’è la sua titubanza verso i tanti teatri di guerra vicini e lontani. Intanto, crescono a livello esponenziale i suoi detrattori. C’è sempre più gente in giro che la considera un’unione solo monetaria e non di popoli che consapevolmente hanno scelto di camminare insieme per rendere la loro vita più umana, civile e democratica. Ora che anche la grande Germania segna il passo, c’è da augurarsi che la stretta economica e le politiche di rigore estremo lascino il campo ad interventi più favorevoli alla crescita e all’espansione dei consumi. Nonostante ciò, l’autunno che verrà sarà sicuramente tra i più duri degli ultimi anni. Ora, senza voler essere né Cassandre né fare il tifo per la deriva possibile, è arrivato il momento che ognuno di noi si assuma le sue responsabilità civiche. Perché è stato comodo trovare fin qua sempre qualcuno su cui scaricare le responsabilità di questa disfatta. Certo, abbiamo avuto negli ultimi anni una tra le peggiori classi dirigenti sia in politica che nel mondo dell’impresa; quest’ultima, per esempio, è stata in questi anni molto più a suo agio con la finanza che con gli aspetti produttivi e innovativi. Oltre ciò, il vecchio Continente ha mostrato tutti i suoi limiti nel considerare i problemi che imponeva una veloce e travolgente globalità. Non è stato all’altezza della sfida; anche i suoi intellettuali hanno prodotto troppe analisi astratte e lontane dall’afferrare con determinazione la natura dei cambiamenti. Troppo lenti e troppo seduti sui risultati ottenuti precedentemente, ora noi europei ci sentiamo sempre più orfani di una agiatezza molle che ci ha infiacchito profondamente. Non siamo più i primi della classe e una sottile quanto pervicace depressione ci ha ridotti ad inutili spettatori di un parco giochi spento e senza gioia. Abbiamo peccato di superbia ed è giusto adesso fare i conti con popoli che hanno, nel frattempo, conquistato a giusta ragione le nuove leve della modernità. Dobbiamo assolutamente recuperare l’orgoglio dei nostri padri che accettarono le sfide della modernità senza esserne spaventati. È, insomma, una questione soprattutto culturale. Una volta l’Europa era faro per il mondo intero, oggi, ne è soltanto una demotivata provincia.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *