Il destino del presente tra politica e finanza

Il destino del presente tra politica e finanza
di Angelo Giubileo

oligarchia-oligarchy-oligarca-oligarchi-oligarchie (1)L’aumento esponenziale di circa sei volte l’intera popolazione mondiale, nel corso dell’ultimo mezzo secolo soltanto, ha introdotto nuove e più pressanti emergenze sul piano dell’integrazione umanitaria e civile. Compito questo, che da sempre è affidato alla politica. La domanda, pertanto, è: la politica, oggi, è in grado di svolgere quell’antico ruolo e funzione di mediazione d’interessi delle popolazioni che occupano i territori di diversa e comune appartenenza?

In Italia, trascorsi oltre vent’anni da Tangentopoli, sembra proprio che troviamo ancora una volta conferma che il sistema guasto della politica sia irriformabile, o meglio che i politici nel nostro paese non vogliano o non siano capaci di assumersi la responsabilità di modificare un sistema che, nel complesso, non si esita più a definire corrotto. In generale, la politica latita, è assente e talvolta sembra che intervenga solo se proprio non può evitarlo. Magari, dopo che la magistratura abbia svolto per intero il suo compito. E quindi, senza che nulla sia cambiato da oltre vent’anni ad oggi.

Allargando di nuovo il discorso, chi ha responsabilità politiche o prettamente morali, come nel caso ad esempio delle autorità religiose, sovente sostiene che la causa, prioritaria se non esclusiva, di tutto ciò che non va bene è dovuta al peso sproporzionato della finanza internazionale, una volta si sarebbe detto dell’economia su vasta scala. Si dice che la turbo-finanza, com’è definita in senso spregiativo, assuma un potere sempre crescente e a mezzo della tecnica, di cui si servirebbe principalmente a danno delle popolazioni sia civili che soprattutto delle altre ancora tenute volutamente ai margini del progresso.

Non sappiamo se il caso italiano possa considerarsi emblematico di una generica delega di potere perpetrata dalla politica su larga scala, ma sappiamo che tra la politica e la tecnica, la decisione non può non essere di competenza della politica e quindi dei politici che ne hanno, per legge, la responsabilità.

Ho scritto questa nota velocemente, di getto, contenendo a mala pena un moto di stizza, che, ammetto, l’ha ispirata. Sia chiaro cosa intendo, ritengo che sia l’autorità politica che in parte ancora quella religiosa si servano nel presente troppo spesso della logica famigerata dello “scarica barile”. Quanto agli spazi della finanza e dell’economia, per l’essenza che le caratterizza entrambe, essi non sono che de-stinate a implementarsi e quindi a crescere. La scelta di ostacolarne o orientarne il comune de-stino, di crescita, appartiene sia alla religione, anche se in parte minima per un residuo che ancora sopravvive al nostro passato, che, in ogni caso e in definitiva sia nel presente che nel futuro, alla politica.

redazioneIconfronti

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