Il destino di Salerno

Il destino di Salerno
di Angelo Giubileo

salernoLa locuzione latina più famosa, ma a volte abusata, è nomen omen; quella più appropriata – quando si parla del destino di una cosa in genere e non invece di una persona – è nomina sunt consequentia rerum (in origine, Giustiniano). Ovvero: i nomi corrispondono all’essenza delle cose o meglio, seguendo la traduzione del nostro sommo poeta, Dante Alighieri in Vita Nuova XIII, 4, “con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: Nomina sunt consequentia rerum”.

L’etimologia del nome Salerno, almeno quella più accreditata dagli storici, fa riferimento, peraltro piuttosto abitualmente, all’originaria e non mutata posizione geografica della comunità, pertanto allocata “tra il mare e l’Irno”. Da sempre, o almeno fino all’avvento dell’era della Modernità, l’acqua ha rappresentato e rappresenta, per una comunità, la sua migliore fonte di vita, e quindi di energia.
In passato, la comunità di Salerno si è dunque soprattutto servita del fiume Irno. Per le sue necessità e direi anche i suoi traffici. La qual cosa risulta del tutto evidente ancora oggi, se solo ad esempio si consideri l’irrisolta emergenza del traffico automobilistico, che si snoda non soltanto lungo il corso rinnovato del medesimo fiume, in termini di accesso alla città ed in particolare durante il periodo natalizio.
Il mare, ha invece rappresentato finora quasi un’ “eterna promessa”, l’agognata “terra di confine” in grado di far fare a Salerno, ovvero alla comunità tutta intera, quel salto di qualità necessario; di cui si parla almeno dai tempi della giunta dell’ex sindaco Vincenzo Giordano e così come solo prefigurato dal processo d’inurbamento che vide la città protagonista già verso la fine degli anni Cinquanta. Quando, per l’appunto, iniziò il processo di spostamento ed insediamento dall’esterno dei territori limitrofi all’interno della cinta urbana. A tale proposito, è bene rammentare che le statistiche dicono di una crescita della popolazione stanziale ai massimi storici già agli inizi degli anni Settanta, con circa 160.000 abitanti … fino, viceversa, agli attuali 130.000 circa.
La qual cosa dimostra essenzialmente come, da circa quarant’anni almeno, siamo qui, si potrebbe forse anche dire, ancora a discutere del destino di una comunità – immaginando che tutti noi la vorremmo protesa verso il mare – e le opportunità che da sempre – ed oggi più di ieri, in un mondo sempre più globalizzato – sarebbe in grado di offrirci. Ma anche qui, come si diceva in apertura, il termine “discutere” si rivela viceversa un abuso. Dovrebbe evocare un dibattito ed invece narra, in esclusiva, l’iniziativa di uno o pochi singoli insediati piuttosto a presidio di una comunità, che necessiterebbe invece di un allargamento, di un’apertura. In termini di accesso e di risorse.
E, tanto per iniziare, in cerca anche di spazi, illuminati, in cui discutere essenzialmente di queste cose. Del destino di una comunità. Che è quello che, insieme, Vi invito a fare, grazie anche allo spazio che, settimanalmente, mi sarà qui riservato.

(I Confronti per Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Il destino di Salerno

  1. Angelo Giubileo va ringraziato per l’immane sforzo di tentare di aprire un dibattito serio, tra salernitani, sul destino della nostra bella città. Bella sì perché tale l’ha fatta il Padreterno. Ma chi e cosa sono i salernitani? Di nascita non lo sono io e nemmeno, credo, Angelo. Il Sindaco come è noto è un ruvido uomo di Ruvo, ridente borgo del potentino. E’ difficile trovare salernitani doc, qualcuno l’ho conosciuto ed è stato meglio perderlo. Ma ha senso sventolare una salernatinità? Una volta eravamo in tanti cittadini del mondo. Lo era, o almeno credo, anche il Sindaco. Ora ad avere questo orizzonte, il mondo, ci sono rimasti solo i cattolici, almeno quelli che non credono che il Vangelo più bello sia quello di San Matteo. E sì volete mettere il fascino di far riposare le ossa a Salerno? E’ questo il primato, vero o presunto del Nostro Evangelista. Come è noto, il Santo ha trovato più modesto aspirante a tale sepoltura e, passato di moda la cattedrale e lasciato ai comuni mortali il camposanto, che pur vanta prestigiosa ossa, l’Urna anela riposare nel sottopiazza, che forse per paura, non vuole stare in piedi, male progettata e male eseguita sta diventando il “tombone” del grande principe De Curtis. E allora ricordiamoci che è l’anno eduardiano e, scusate, mi ricordo della sonora pernacchia di petto, Sind…., pardon, principe di vattellappesca del cacio fritto: PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR, PRRR, PRRR, PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR…….. ad libidum

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