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Il diario “sgabuzzino segreto” dell’anima

Il diario “sgabuzzino segreto” dell’anima
di Luigi Zampoli

diario“A day in the life” cantavano i Beatles. Un giorno nella vita, una data in un anno, una pagina bianca da riempire di dettagli insignificanti o di fatti memorabili. Pagina dopo pagina, i giorni rotolano via veloci e la mente per quanto possa essere “adibita” ai ricordi, non può contenere un mosaico fatto di tasselli a volte piccolissimi e pure degni di memoria imperitura. Dalla nuda roccia su cui lasciare il segno del proprio passaggio alle moderne tecnologie; rimane immutata esigenza dell’uomo di trasferire su di un supporto materiale il suo presente che poi diventerà passato prossimo e remoto. È una lotta contro la dispersione del proprio vissuto, il lento incedere dell’oblio che a volte riesce ad intaccare anche quei momenti topici dell’esistenza che crediamo resteranno intatti nella nostra mente. Ogni vita è una storia che creiamo giorno dopo giorno senza accorgercene, ma la virtù contiene il suo vizio, il suo contrario. Tenere un diario può rivelarsi un mero “esercizio” di penna, privo di reali contenuti, una pignola annotazione di particolari quotidiani, può degradare ad agenda, o meglio “actum”, non ultimo, risolversi in un vezzo narcisistico, pensando che magari possa diventare una sorta di “Zibaldone”.
Conta lo spirito con cui ci si racconta, il senso della narrazione da conferire a quella che altrimenti sarebbe solo una mera concatenazione di eventi. Non deve essere vissuto come l’ultimo impegno di giornata, la pagina del diario è lì bianca che reclama un contenuto per la sua forma; con l’inchiostro delle nostre parole prenderà vita ed al tempo stesso cristallizzerà per sempre un pezzettino della nostra. Ogni foglio di un diario ci restituisce nel tempo quei pochi munti che gli abbiamo dedicato per riempirlo.
Il diario non pretende una prosa sopraffina, slanci lirici, esige sincerità e un naturale senso di abbandono alla scrittura che ben si concilia con le ore della sera. Nulla ci impedisce di dare un valore terapeutico alla cura del diario, dove la scrittura esprime doti palliative all’asprezza dei giorni, ma significherebbe subordinarla a esigenze di benessere contingenti che ne sviliscono la spontaneità.
Nessuno coltivi velleità da scrittore, per carità, nel tenere il proprio diario; è più simile alla cura quotidiana di una pianta a cui teniamo particolarmente piuttosto che ad un bisogno di fare della letteratura.
Il diario resta una buona abitudine da sottrarre al peggio che l’abitudine stessa comporta, tedio, grigiore, atteggiamenti neutri, una contraddizione che si scioglie nell’atto stesso dello scrivere perché nessun giorno può essere uguale all’altro quando lo si racconta per iscritto.
Pagine bianche rilegate ed inchiostro hanno donato ai posteri frangenti di vita splendidi e tragici, riflessioni eterne come quelle di Leopardi, Kafka, Anna Frank, autori di celebri diari; sono parole che hanno un dono duraturo, quello di sembrare attuali anche se appartengono a tempi lontanissimi. Il tempo ha ben pochi antidoti, il diario è uno di questi.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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