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Il disincanto pasoliniano con un grande Herlizka

Il disincanto pasoliniano con un grande Herlizka

Al Piccolo Bellini di Napoli

Una giovinezza enormemente giovane di G. Borgna

su testi di P.P.Pasolini, regia di A. Calenda

 

di Francesco Tozza
Herlizka in scena evoca la morte di Pasolini

Herlizka in scena evoca la morte di Pasolini

Su quello che probabilmente è stato uno dei miti del secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini (ben lungi, peraltro, dall’essersi offuscato), si è detto e scritto molto, forse troppo, a non dire delle numerose messe in scena o sul set; ci si è attardati soprattutto, a torto o a ragione, comprensibilmente ma non con effettiva coerenza, sulla tragica morte del grande intellettuale, in quel terribile inizio di novembre del 1975, accarezzando (ci si perdoni il termine, che sembra una bestemmia!) l’ipotesi del ‘delitto politico’, quasi moralisticamente difesa, motivandola con la insopportabile scomodità del Pasolini polemista. Il quale, tuttavia, sferrava i suoi aspri e giustificati attachi – lo si dimentica con eccesiva disinvoltura – sulla prima pagina del maggiore quotidiano italiano, il “Corriere della sera”; il che vorrà pur dire qualcosa, non sulle ragioni e gli effettivi pericoli di quegli interventi, ma sulle intolleranze di un’epoca, ben presto superata dai giorni del pensiero unico e dal loro ben più sottile, generalizzato e quindi certo più grave, conformismo. Probabilmente si può anche dire che la morte di Pasolini fu una morte politica, ma nel senso più vasto e pregnante del termine, ormai andato perduto; una società malata, sempre più imbarbarita nei suoi costumi (e non solo per i residui e mai spenti connotati di classe), omologata nel suo ottuso edonismo e sempre più caratterizzata dall’estinzione di ogni pietà, perfino in quelle sue frange che Pasolini aveva mitizzato o comunque creduto di poter salvare dall’apocalisse di una vera e propria mutazione antropologica, una società – insomma – corrosa perfino nei suoi istinti primari, per nulla liberatoria nei loro confronti, se non nella liturgia del mercimonio e dello scambio economico in genere, uccideva nello scrittore – attraverso suoi ascari, forse non completamente consapevoli della cattiva politicità del loro gesto (magari creduto vindice di una malintesa virilità offesa) – il martire (e giocoforza il complice) dell’eros negato. Cominciava a vincere la cattiva politica: non quella che serve a costituire una comunità e mantenere in vita la cosa pubblica, bensì quella che scatena i più efferati individualismi, conducendola alla dissoluzione. Pasolini aveva capito dove si annidava il germe di quel disfacimento, smascherava il sistema di segni, il linguaggio anche fisico-mimico che lo esprimeva; ma non essendo solo un intellettuale, cioè un intelletto che voleva capire e quindi comunicare le sue idee, ma anche un corpo, un corpo che voleva vivere, anche oltre i divieti sempreverdi e difficilmente superabili (perfino dalla sua indole, nell’intimo, forse, ancora profondamente cattolica o almeno cristiana), voleva vivere, giocare la sua disperata vitalità, magari con quei giovani di periferia, da lui odiosamati, perché li riteneva innocenti, maniaci della verità proprio perché govani e quindi desiderosi di liberare la società da ingiustizie e tabù. Ma non era così (ormai non lo era più o forse non lo era mai stato), come cominciò a capire: il sogno di una cosa non era la cosa; il gioco rischiava di diventare mortale, e lui tuttavia non riusciva a fare a meno di essere un intellettuale completo, realmente diverso. Suicidio mascherato, quello cui ormai andava incontro ogni sera? Probabilmente sì, epilogo di un triste, profondo disincanto; la profondità – lo sappiamo bene (ce lo ricorda Benjamin) – appartiene soprattutto all’uomo triste. Questo forse il senso di quell’estrema vitalità, di una giovinezza davvero estremamente giovane!

Merito del testo di G. Borgna – drammaturgo, musicista, docente, uomo politico, ma soprattutto amico e profondo conoscitore di Pasolini, da non molto, purtroppo, morto anche lui (quanta bellezza, anche se sinistramente postuma, in questo dialogo fra morti!) – è quello di aver affrontato in una  diversa luce, qui sopra appena accennata, il buio della morte pasoliniana. Bella e assai teatrale l’idea del regista (A. Calenda) di far parlare, in prossimità del suo corpo straziato (vera icona, ormai, della cultura tardonovecentesca), il poeta stesso: cioè il suo fantasma, testimone postumo di una tragedia annunciata, novello angelo della storia che, con maggior disincanto di quello benjaminiano, guarda alle rovine del passato senza nessuna illusione sul futuro. Le sue parole (una scelta-montaggio sugli  scritti dello stesso Pasolini) sembrano l’espressione di un misticismo profetico, ma sono semplicemente il prodotto di una lucidità ed onestà intellettuali senza pari, le uniche porte che consentono l’ingresso fra noi della verità, di quella almeno che ci è consentito attingere. A pronunciarle – quelle parole (a volte quasi rintocchi di una campana a morto, come quando evocano, con tragica puntualità, le vittime di piazza Fontana, aurora fosca di una catena di stragi di stato; più spesso veicolo di riflessioni di inimmaginabile attualità su un genocidio culturale, sulle sue premesse e i suoi effetti) – è la voce, ferma e disperata al tempo stesso, polifonica e sempre vera, di un grande Roberto Herlitzka: ma a parlare è, qui, anche il suo volto, indicibilmente scavato e sofferente, nonché tutto il suo corpo, col suo lento incedere, fra lucido e smarrito, in quel palcoscenico terribilmente vuoto, o forse incredibilmente pieno, ma  di dolore; deserto di anime che non hanno saputo o potuto amarsi, perché prigioniere di corpi ormai privi di senso. A commento finale, l’urlo muto di Maria, doppiamente Madre, di forte intensità masaccesca, una dolorosa crocifissione fra le note sublimi di Bach, insomma le scene clou del Vangelo secondo Matteo, il capolacoro pasoliniano, offerte agli spettatori di una società priva delle ineludibili istanze metafisiche.

Un mito – dicevamo all’inizio – quello ormai creatosi sulla figura di Pasolini; forse (quanti forse, in questo nostro articolo, imprescindibili tuttavia, in un’epoca di astute certezze!) una regressione: uno dei pochi modi, comunque, se non l’ultimo, sterile purtroppo, per opporsi ad un presente che ci piace sempre meno.

 

 

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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