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Il divino anacronismo

Il divino anacronismo

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i Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Il regista Pasquale De Cristofaro

Anche quest’anno l’avvio di stagione teatrale in città stenta a decollare. In un teatro Verdi semi-deserto è andato in scena un interessante spettacolo di De Simone con protagonista, Vincenzo Pirrotta, attore tra i maggiori della nuova scena italiana in parte maturato proprio qui a Salerno, che dopo un po’ di anni il pubblico salernitano ha potuto rivedere di nuovo. A fare da corona a questo primo appuntamento di nuovo avvio, stagioni teatrali molto ordinarie da parte degli altri spazi cittadini. Poche le novità e, soprattutto, poche le proposte che potrebbero rimotivare un pubblico sempre più pigro e sempre meno interessato alle arti della scena. In questi anni si è preferito la rincorsa all’evento trascurando quella umile manutenzione culturale fatta di piccole cose ma importanti, capaci di mobilitare non folle oceaniche ma piccoli numeri motivatissimi, gli unici elementi che sulla distanza avrebbero potuto agire come cellule moltiplicatrici d’entusiasmo e passione. Tra le piccole ma preziose esperienze segnalerei la rassegna completamente autofinanziata di Vincenzo Albano, Per voce sola. Tentativo coraggioso che tenta di allargare lo sguardo su autori e attori tra i più innovativi. Detto questo, permettetemi di segnalare anche l’ultimo evento, “Il divino anacronismo”, tenuto presso Sant’Apollonia, e curato e promosso dalla collana di teatro contemporaneo corponovecento, edizioni Plectica. In questa serata, oltre ad essere state esposte tutte le novità della collana (preziosa la sezione sulla nuovissima drammaturgia spagnola), si è dato vita, come sempre si è fatto in queste occasioni, a momenti di riflessioni, spunti e pensieri sullo stato della cultura in città e, in particolar modo, al rapporto non sempre felice con le istituzioni. Uno dei segmenti di cui era composto il ricco programma si è soffermato sul rapporto tra due giganti della letteratura italiana del novecento: Svevo e Pirandello. Alberto Granese e Rino Mele hanno appassionato il pubblico che per un momento ha rivissuto le complesse vicende pubbliche e private dei due autori così cari ad ognuno di noi. Con la complicità di un malizioso e perfido racconto teatrale di Paolo Puppa, gli studiosi hanno evidenziato le grandi capacità creative e stilistiche di questi due autori così vicini e lontani al tempo stesso. Svevo ammirava molto Pirandello, mentre il siciliano guardava con sufficienza il triestino, eppure… Per cominciare, Pirandello, voleva con l’arte affermarsi e risarcirsi di una vita molto dolorosa familiarmente. La follia che colpisce la povera Antonietta Portulano, moglie di Pirandello, portano il nostro scrittore a vivere una vita difficilissima. Proverbiale la  gelosia della moglie che porterà la donna ad accusare il marito d’incesto con la piccola Lietta. Svevo, invece, gelosissimo della moglie più giovane, sognerà tutta la vita una carriera da scrittore. Purtroppo, nel suo ambiente la scrittura sarà sempre considerata una debolezza. Tutta la sua opera sarà vissuta con senso di colpa e mantenuta in un prudente riserbo. I Veneziani, coi quali s’era imparentato, avevano in gran conto solo gli affari. Il povero Svevo, dunque, dovette barcamenarsi tutta la vita tra la Borsa e la scrivania.

Pirandello e Svevo allo specchio: simili e dissimili in un gioco di rimandi e rinvii. Alla prossima.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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