Il genio del luogo

Il genio del luogo
di Angelo Giubileo
Un'opera dell'archistar Calatrava
Un’opera dell’archistar Calatrava

L’espressione genius loci deriva dal latino e genericamente sta ad indicare lo “spirito” del luogo al quale si riferisce. Il termine genius potrebbe essere inteso in una doppia accezione, con riferimento dapprima in epoca imperiale augustea al nume tutelare (del luogo) per poi, dalla seconda metà del secolo scorso, in epoca moderna, con riferimento sostanzialmente all’identità socio-culturale della comunità (del luogo). In definitiva, ne consegue che lo stesso termine è oggi inteso in un’accezione più vasta, meglio se riferita al termine ethos, stavolta di derivazione greca, che indica per l’appunto il “posto da vivere”, e da cui deriva anche l’altro termine ethikos, che sta per “teoria del vivere” e da cui anche il termine modernoetica.

Sull’ultimo numero della Domenica, periodico settimanale de Il Sole 24 Ore, Salvatore Settis pone una questione di estrema attualità, in un’epoca che faticosamente si avvia a superare il pensiero unico del postmoderno. In breve, il rinomato archeologo e storico dell’arte sostiene che “come i medici con Ippocrate, gli architetti dovrebbero legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità evitando scempi ambientali”.

La città di Salerno è stata investita nell’ultimo ventennio da una profonda trasformazione urbanistica, con esiti in genere favorevoli ma, nel presente, fortemente avversati. E non solo sul piano della legislazione ambientale.

Nell’anno 2003 è stato pubblicato un libro di Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli, dal titolo “Lo spettacolo dell’architettura. Profilo dell’archistar. Da allora, il termine archistar è divenuto d’uso comune, mutuato da un altro termine di provenienza dalle due sponde opposte dell’Atlantico, allora maggiormente in voga, fortemente evocato qualche anno fa anche dal dimissionario Benedetto XVI. Il quale, rivolgendosi un giorno di fine 2008 ai media, ebbe a dire: il papa non è una rockstar!

Il libro citato discute del connubio tra spettacolo e grandi opere, rappresentazioni di un eterno presente, che molti hanno voluto sempre più immaginifico, e di cui è intrisa tutta la cultura postmoderna. A partire dal settore dell’architettura, che ha fatto diventare “certi architetti, con le loro creazioni, parte dello showbusiness”.

E così, in questi anni più recenti è apparso spesso che, per quanto il progetto di un’opera fosse bello ed imponente, in realtà la sua realizzazione non sia servita o addirittura si sia rivelata dannosa per la comunità stanziale. E questo se, invece di vivificare il posto in cui è stata eretta, l’edificazione ha viceversa pregiudicato usi e tradizioni comuni oltre che nuove possibilità di sviluppo civico. In breve, tutto quanto attiene alla programmazione ed allo sviluppo di un piano urbanistico. Che è (o sarà) giudicato valido ed efficiente, nella misura in cui è partecipato e condiviso dalla comunità presente (o futura) di riferimento. Motivo soprattutto per cui della figura dell’archistar oggi rimane ben poco.

In conclusione, d’accordo con quanto scrive Salvatore Settis, aggiungo anche che, oltre ai medici e agli architetti, oggi è innanzitutto la categoria dei politici che dovrebbe essere destinataria di una sorta di codice etico. Ne va del bene, almeno residuo, di ogni civica comunità di appartenenza.

(I Confronti per Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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