Dom. Ago 18th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il (geo)cronista riparte dal Cilento e va per il mondo

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di Andrea Manzi e Silvia Siniscalchi

Sarà presentato domani ad Ascea il I Corso semestrale di GeoGiornalismo, promosso dalla Fondazione Alario e dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli con il Patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania. Il Corso inizierà a fine giugno con l’intento di formare dei geogiornalisti che maturino gli strumenti metodologici necessari per la comprensione delle dinamiche geostoriche e dei principali processi di sviluppo globale di un territorio, attraverso la ricerca sul terreno e la conoscenza diretta delle fonti di informazione, insieme a una sensibilità cronistica rivolta alle specificità di aree complesse (di cui il Cilento è esempio emblematico). La direzione scientifica è del rettore dell’Università napoletana, prof Lucio D’Alessandro, e del direttore della Fondazione Alario, il giornalista Andrea Manzi. Il bando (già online sui siti web www.unisob.na.it e www.fondazionealario.it) verrà presentato domani alle ore 11, in occasione dell’apertura delle due giornate di formazione sulla deontologia professionale organizzate dall’Ordine dei Giornalisti della Campania proprio presso la sala convegni della Fondazione Alario ad Ascea (info e prenotazioni su www.odgcampania.it). Nella stessa mattinata si aprirà, sempre a Palazzo Alario, la mostra dei progetti del Concorso Internazionale di Idee “Città del Parco Nazionale del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni”. Di seguito il profilo teorico del GeoGiornalismo, ricostruito dal condirettore scientifico del Corso, Andrea Manzi, e da uno dei componenti il Comitato Tecnico Scientifico, la prof. Silvia Siniscalchi.

 

di Andrea Manzi e Silvia Siniscalchi

 

La Fondazione Alario
La Fondazione Alario

L’universo nel quale agisce il giornalista è la “cultura della notizia”, qualcosa che «non è letteratura, arte, religione, musica, scienza, interpretazione e rappresentazione del mondo, ma specifica informazione relativa al mondo, alla sua geografia, alla sua letteratura, alle sue religioni, alle sue scienze, alle sue guerre, alle sue culture»[1].

La relatività e l’osservazione multi-prospettica, a diverse scale di osservazione, sono proprietà intrinseche al carattere della notizia giornalistica, al punto che di uno stesso avvenimento possono esser date versioni diverse, legittimamente diverse. Entra in gioco proprio a partire da questa possibilità il ruolo del giornalista quale professionista in possesso di uno specifico e variegato know how (competenze), capace così di “leggere” gli eventi, interpretarli alla luce di un contesto e produrre una notizia.

Nessun avvenimento è quindi a priori una notizia, ma lo può diventare nel momento in cui se ne riconosca l’interesse per il pubblico dei lettori. La trasformazione di un semplice avvenimento in notizia è quindi la relazione con un pubblico; a stabilire poi quale sia (e di quale intensità) tale relazione è la comunità dei giornalisti: questi ultimi registrano i fatti, ne chiariscono la natura, valutano la loro importanza, stabiliscono la gerarchia con cui devono essere comunicati[2].

La notizia, pertanto, è il rapporto su un avvenimento destinato a un pubblico (Weiss).

Il bagaglio di un giornalista, al cospetto della complessità dei tempi attuali, deve essere quindi fondato sulla capacità di riassumere gli eventi in un quadro sintetico ma esaustivo delle dinamiche e dei processi che li producono, comprendendo il “sistema” di cui sono parte, con i suoi punti di forza e le sue storture. Un giornalista all’altezza dei tempi attuali non deve dunque fornire interpretazioni astratte o mediate della realtà, ma osservarla con i propri occhi, trasferendone le singole manifestazioni all’interno di un quadro interpretativo olistico e sintetico. Per far ciò non è più sufficiente apprendere le tecniche della scrittura e della comunicazione mediatica, non basta cioè imparare a trasmettere efficacemente dei messaggi, ma occorre innanzitutto partire dalla conoscenza concreta, ossia geografica, del mondo e delle sue realtà, globali e locali.

Nasce da questa esigenza l’idea un giornalista-esploratore del territorio, di un “geografo militante”, di un cronista del territorio colto e partecipe dei destini del luogo su cui lavora e da cui trasmette le notizie, ossia, in una parola, di un geogiornalista in grado di dare una interpretazione di un fenomeno territoriale fondata innanzitutto sul territorio, ossia sulla capacità di leggerne gli eventi all’interno di un contesto geografico, economico, storico, ideologico, politico.

L’idea non nasce a caso, giacché il geografo e il giornalista possiedono parecchi punti in comune, già a partire dalla condivisione, sul piano metodologico, della regola delle 5 W, desunta dal giornalismo anglosassone (Chi [Who], Dove [Where], Quando [When], Cosa [What], Perché [Why], a cui qualcuno aggiunge anche il “Come” [How]), che evoca l’evidenza e la registrazione della notizia come presupposti della sua esistenza. Si tratta di un punto di partenza comune sia alle inchieste geografiche che a quelle giornalistiche, esercitate analogamente nella contemporaneità quanto verso il passato. Le prime fonti teoriche di GeoGiornalismo, da un punto di vista storico, possono infatti essere certamente individuate all’interno dei trattati descrittivi dei più eminenti cronisti settecenteschi e ottocenteschi incaricati dai sovrani di descrivere i territori e censirne in chiave statistica le emergenze e le risorse (quali G. Galanti, L. Giustiniani, C. Afan De Rivera, nel caso del Regno di Napoli) oppure dei viaggiatori che, come Goethe o l’Abate di Saint Non, visitavano l’Europa e soprattutto l’Italia durante l’epoca del Grand Tour.

Il GeoGiornalismo è quindi un modello di giornalismo descrittivo e interpretativo già esistente ma di cui va definito il campo culturale all’interno del quale si collocano i suoi specifici oggetti di studio e, di conseguenza, gli itinerari formativi di chi lo pratica. Per procedere lungo questo percorso di ricerca e delimitarne rigorosamente la parte formativa, occorre approfondire comparativamente i suoi aspetti geografici e massmediali di riferimento. Si tratta di un lavoro complesso, anche per l’assenza di studi specifici sull’argomento. La teoria generale della notizia non si è occupata specificamente della modalità di osservazione geografica all’interno dell’area del giornalismo generalista. Se lo avesse fatto, sarebbe stato ipotizzato un nuovo canale di osservazione di cui avrebbero potuto dotarsi gli organi di informazione. Fino ad oggi, tutti gli ambiti di riflessione in materia geogiornalistica hanno infatti riguardato l’informazione geografica specialistica, soprattutto di tipo ambientale, turistico, geopolitico ed economico, su scala nazionale o internazionale, nell’ambito di settori scientifici molto diversi dal campo d’azione e di ricerca del GeoGiornalismo.

Quest’ultimo non ha pretese scientifiche ma rivendica l’attendibilità e veridicità del professionista della notizia, attraverso la formazione di capacità metodologiche e tecniche che gli consentano di comprendere e correlare i fatti, ribaltando innanzitutto la gerarchia delle fonti, valorizzando quelle dirette rispetto alle indirette. Il geogiornalista deve infatti sapere osservare direttamente la realtà per potere fare una credibile ed efficace inchiesta sulla realtà stessa, e deve allo stesso tempo saperne comprendere le manifestazioni alla luce di competenze geografiche concrete, che gli consentano di inserire i fatti nell’ambito di processi e dinamiche territoriali. Il GeoGiornalismo esige dunque la messa in atto di un aggiornamento costante e sistematico degli argomenti oggetto di indagine, con aperture su più versanti, a partire dall’ineludibile nesso tra Geografia fisica e Geografia umana e attraverso l’osservazione diretta e l’interpretazione mediata.

In questo modo si gradua e rimodula il ruolo e l’importanza strategica di Internet, che diventa un importante strumento di arricchimento della osservazione diretta e non più un osservatorio sostitutivo della esperienza diretta del (geo)cronista-osservatore

Il GeoGiornalismo esige dunque un cambio generazionale nella mentalità dei giornalisti contemporanei, impedendo alla rete e a Internet di diventare ad un tempo fonte e racconto, realtà e rappresentazione, riqualificando l’attività sulla quale si fonda il giornalismo moderno, che è, infine, sempre quella di sapere individuare e selezionare i fatti. E in tale capacità anche il geografo viene chiamato ancora una volta in causa, non solo come professionista dell’osservazione analitica, ma anche come tecnico della sua descrizione, attraverso la cartografia, che, come la scrittura per il cronista, svolge a sua volta un lavoro attento di scelta coscienziosa e di valutazione dei fatti da rappresentare o meno e, soprattutto, di come rappresentarli.

Gli elementi che accomunano Giornalismo e Geografia trovano dunque una sintesi nel comune modo di inquadrare il mondo e nella necessità di fondarne l’interpretazione sulla base di uno spirito critico. La Geografia, infatti, come l’informazione, è una disciplina che insegna a mettere in discussione «le verità spacciate come assolute, cercando di capire davvero come funzionano le cose, a partire da un’osservazione attenta e critica» del mondo (urbanocreativonews.it). Proprio per questa ragione i geografi stanno già da tempo aprendo gli orizzonti della loro disciplina verso nuove prospettive, assumendo un ruolo decisivo negli orientamenti della pianificazione territoriale e nelle sfide offerte dalle I.C.T. (Information and Communications Technologies), ufficialmente riconosciute nei primi anni ’90 del secolo scorso da parte della comunità geografica internazionale (con la nascita della Commission on Geography of Telecommunications and Information dell’IGU) e della stessa Commissione Europea.  Valutando la “società dell’informazione” come nuovo settore d’interesse per le politiche territoriali comunitarie, gli attuali orientamenti progettuali della UE promuovono l’utilizzo evoluto delle I.C.T. da parte di cittadini, imprese e amministrazioni, riconoscendone l’utilità per i processi di gestione e pianificazione del territorio, nella concreta attivazione della governance attraverso l’interazione tra gestione maturata “dall’alto” e azione collettiva proveniente “dal basso”.  La Geografia, al cospetto delle trasformazioni tecnologiche in atto, ha preso in esame il rapporto tra collettività e luoghi di appartenenza (suo principale oggetto di indagine) sotto punti di vista innovativi, contribuendo alla crescita e al consolidamento degli studi teorici ed empirici sulla Società dell’Informazione con la nascita di un apposito campo di ricerche geografiche. A questo ambito di ricerca si collegano oggi in particolare i concetti di “città ampliata”, “virtuale “ (intesa, in senso etimologico, come potenziamento del reale) e smart-city, ossia resa interattiva per la valorizzazione locale e globale delle sue risorse materiali e immateriali.

 

 

 


[1] Cavallari

[2] Alberto Papuzzi, Professione giornalista, Donzelli, 2001

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