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3. Il ghiaccio e la rosa

3. Il ghiaccio e la rosa
di Rino Mele

Cominciò a scrivere i “Trionfi” nel 1351 e continuò a lavorarci fino alla morte (una notte d’estate del 19 luglio1374) e in essa Petrarca sigillò nel nulla la sua voce. Il “Triumphus Temporis” (145 endecasilabi come il “Triumphus Eternitatis”) ha il suo centro in un verso che esalta le contraddizioni oppositive del tempo: oltre la finzione delle apparenze non c’è un prima o un poi, tutto si stringe nel concreto morire dell’attimo. Come un equilibrista, ogni uomo si muove su una corda tra l’abisso che  attende e il cielo che lo sovrasta. Corda tesa verso un futuro consumato: “Io vidi il ghiaccio e lì stesso la rosa, / quasi in un punto il gran freddo e il gran caldo, / che pur udendo par mirabil cosa”. Nelle “Confessioni”, il suo maestro Sant’Agostino aveva scritto “Che cosa misuro, dunque? Il tempo al suo passaggio, non ancora passato?” (Quid metior? An pretereuntia tempora, non praeterita?). Il tempo sembra correre ed è fermo, sequenza di nodi soffocanti in cui tutto si stringe. Legati a un inconoscibile presente, che sfugge appena lo pronunziamo, viviamo di nostalgia e sensi di colpa (il passato), di desiderio (lo stesso passato che s’infutura). Così, in quel confuso incubo (tra veglia e sonno) che sorprende, chiamiamo presente un futuro che ci irride, trascinati ad addolorarci delle sempre fallimentari azioni trascorse: la tragicità della nostra condizione è tutta scritta nel “Trionfo del Tempo” di Petrarca, “or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio / ov’io veggio me stesso e il fallir mio”. Per Petrarca, il tempo è il luogo di un agone, lo spazio stretto di un ring su cui goffamente lottiamo per conquistare un nome (il suono di esso) che duri oltre il nostro corpo. Ma è un’illusione, perché anch’essa – questa richiesta d’eternità – è travolta dal tempo e, così, moriamo due volte: “Chiamasi Fama, et è un morir secondo”. Petrarca diceva fama quel delirio della superficie sulla quale fingere durature le nostre distrutte esistenze. Oggi, nell’insistenza dello sguardo cieco di un televisore e dello schermo del computer, la ricerca della fama è sostituita da un’ansia collettiva di una diversa esposizione, l’allucinata certezza della vanità di un sembiante che il tempo già distrugge. Al contrario, il “chiaro specchio” di Petrarca riconduceva alla coscienza, la ricerca di un unico punto da cui l’erranza non potesse trascinare a un’ulteriore dispersione. Quello specchio la nostra modernità l’ha rotto in una distrazione precipite. Ci resta la tavoletta dell’iPad che continueremo a stringere, con mani definitivamente ferme, entrando nel buio dell’Ade.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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