Gio. Giu 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il gioco della vita e la partita con l’eternità

2 min read
Jùcature di Pau Mirò: in scena al Teatro Antonio Ghirelli di Salerno dal 31/01 al 03/02/2013
jucature

Pau Mirò, uno tra i più seguiti e apprezzati giovani drammaturghi catalani, è l’autore di Jùcature [giocatori] (titolo originale Els Jugadors), tradotto e adattato da Enrico Ianniello, che ha trasferito la vicenda da Barcellona a Napoli, città che rimane sullo sfondo, ma pervade le parole dei protagonisti con il suo eterno spirito epicureo, intriso di malinconica ironia e inevitabile comicità.
Che Jùcature sia ambientato a Napoli lo si desume d’altra parte proprio dall’uso del dialetto partenopeo, perché la scena si svolge tra i contorni sfumati di un luogo indefinibile e senza riferimenti geografici precisi: un vecchio appartamento dove, intorno a un tavolo, quattro uomini di età varia (Renato Carpentieri, Tony Laudadio, Marcello Romolo e lo stesso Ianniello, che cura anche la regia) giocano a carte tra loro e con i brandelli delle loro vite. C’è un barbiere disilluso e rassegnato, che non ha il coraggio di confessare alla moglie di avere dovuto chiudere il salone; un attore fallito, respinto puntualmente ad ogni provino, perché capace di interpretare al meglio solo i “vuoti di memoria”; un anziano professore di matematica, radiato dall’insegnamento per avere aggredito uno studente che si era permesso di correggerlo durante un esercizio alla lavagna; infine c’è un vivace becchino (la cui caratterizzazione ricorda Massimo Troisi) che cerca l’amore in una giovane prostituta ucraina con la quale sogna di rifarsi una vita “altrove”.
Quattro esistenze in bilico, condite di fatalismo catalano-partenopeo, che si ritrovano ogni settimana per una rituale e catartica partita a carte intorno a un tavolo; qui i personaggi srotolano il gomitolo delle loro esistenze, raccontandosi i rispettivi fallimenti e timidi propositi di rivalsa personale, tra solitudine, ironia e incapacità di capire. Uomini senza nome, senza lavoro e senza un amore che li faccia sentire vivi. Ogni particolare della scena diventa così metafora di un mondo dove tutto è grottesco: l’appartamento, il covo dove si “contano” e “raccontano” i rispettivi fallimenti, il brandy in cui si annega l’amarezza, la musica di un vecchio giradischi che regala un po’ di sollievo, ma soprattutto le carte, con il loro richiamo al gioco crudele della vita, su cui non resta ch puntare il poco che resta, lasciando fare al caso perché almeno “lui” non inganna, a differenza delle persone che, come osserva amaramente il saggio becchino… “vorrebbero tutte uccidersi tra di loro, se potessero, e invece poi si fanno dei gran sorrisi”.

L.Z.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *