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Il giurista: molto, troppo difficile accertare lo stalking


di Barbara Ruggiero

Per la cronaca sono spesso drammi della gelosia. Per la legge italiana questi casi, dal 2009, sono catalogati come stalking, ovvero atti persecutori nei confronti di una persona. Dell’aspetto giuridico di questo reato abbiamo parlato con la professoressa Marzia Ferraioli (foto), docente di Procedura penale presso la FacoltĂ  di Giurisprudenza dell’UniversitĂ  Tor Vergata di Roma.
Professoressa, i dati dell’Osservatorio sullo stalking parlano di omicidi in ascesa dal 2009 ad oggi. Possibile che la legge non sia servita ad arginare il fenomeno?
Non so dire se vi sia un rapporto di causa/effetto tra introduzione del reato ed aumento degli omicidi. Lo stalking è una forma di interferenza maniacale nella vita altrui, “violenta, certo; ma violenta in altro modo”.
Si tende a dire che l’Italia, nel 2009, sia arrivata in ritardo rispetto agli altri Paesi europei nell’introduzione del reato di stalking. Concorda?
Il termine stalking (to stalk: letteralmente “fare la posta”) è di origine anglosassone e indica condotte invasive della vita altrui, punite in moltissimi Paesi europei e non. In Italia ci si è, fino a un certo punto, forse, occupati più dei diritti dell’accusato. Decisioni quadro del Consiglio di Europa hanno, nel tempo, cominciato a dettare regole ben precise per la promozione e lo sviluppo di un comune diritto europeo attento anche alla vittima di reati. Numerosi disegni di legge d’iniziativa governativa si sono occupati della vittima di “condotte motivate da odio o discriminazione fondate su orientamento sessuale o identità di genere” e della vittima di “condotte invasive della sfera privata”, ancor prima della legge 23 aprile 2009, introduttiva dello stalking, che ha preso spunto proprio da quei primi disegni di legge.
Parliamo delle sanzioni. Come si punisce uno stalker?
Il sistema penale italiano punisce lo stalking con la pena della reclusione, oscillante tra un minimo di 4 mesi ed un massimo di 4 anni (comma 1). Il termine stalking viene tradotto dal legislatore italiano nell’art. 612 bis del Codice penale, ascrivibile nella locuzione “atti persecutori”.
La pena è aumentata se gli atti persecutori sono ascrivibili: 1) al coniuge legalmente separato o divorziato; 2) a persona che sia stata legata da relazione affettiva alla vittima degli atti persecutori;
3) se gli atti persecutori siano in danno di un minore o di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilitĂ ; 4) se gli atti persecutori siano commessi da persona travisata.
Il reato è perseguibile a querela della persona offesa con un termine di 6 mesi per la proposizione della querela. Si procede d’ufficio solo nelle ipotesi aggravate, quelle comportanti, cioè, l’aumento di pena, o se gli atti persecutori siano connessi con altro delitto perseguibile d’ufficio.
Quanto è difficile accertare il reato di stalking?
Si tratta di un accertamento molto complesso. Gli atti persecutori consistono in “condotte reiterate di minaccia o di molestia idonee a cagionare nel destinatario delle reiterate minacce o delle reiterate molestie” … un “perdurante e grave stato di ansia o di paura” o (idonee) ad “ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di altra persona legata (alla vittima delle condotte reiterate di minaccia o di molestia) da relazione affettiva” o a costringere il destinatario delle reiterate minacce e molestie ad alterare le proprie abitudini di vita.
Occorre, dunque, provare molte “cose” per accertare il reato. Le condotte, perché si parli di stalking, devono essere: a) minacciose o moleste; b) non occasionali o sporadiche, ma reiterate, cioè ripetute e, dunque, anche sistematiche; c) idonee a cagionare uno stato d’ansia o di paura; d) occorre che si tratti di ansia o di paura perduranti; e) che il timore per la incolumità sia fondato; f) che le abitudini di vita siano alterate.
Naturalmente, questo è quanto la norma richiede perché si dia prova dello stalking e su tutti questi aspetti un buon avvocato non mancherà di soffermarsi. Il dispendio di tempo che l’accertamento su ogni singolo punto richiede è di tutta evidenza.
Secondo lei, l’attuale formulazione della legge è sufficiente a tutelare la vittima del reato?
La vittima viene anche esposta a indagini sul suo equilibrio psichico, relativo ad ansie, paure, timori che possono essere riferibili a varie cause, e sulle sue abitudini, sulla sua condotta di vita.
Esistono regole che consentono “la deposizione sui fatti che servono a definire la personalità dell’offeso dal reato quando il reato debba essere accertato in relazione al comportamento della persona offesa (art. 194 codice di procedura penale)”. Spesso si tratta di una sorta di persecuzione o vittimizzazione ulteriore alla quale si preferisce sottrarsi.

 

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