Il gregge stia attento alla voce del buon pastore

Il gregge stia attento alla voce del buon pastore
di Michele Santangelo

6ef598b10d1539793d4ace8d8b7b613f_XLUna delle immagini più note e maggiormente amate dal popolo cristiano è quella di Gesù raffigurato come buon pastore, categoria, quella dei pastori, che insieme a quella dei pescatori ha grande importanza nei vangeli. Infatti, Gesù stesso se ne serve anche per qualificare l’azione evangelizzatrice dei suoi discepoli definendoli sia pescatori di uomini, sia pastori di anime. Ed era anche comprensibile che nell’immaginario dei seguaci di Gesù fosse familiare la figura del pastore visto che buona parte della vita del maestro si svolse nella Giudea, una regione che per la maggior parte era un altipiano piuttosto arido e sassoso e quindi più adatto alla pastorizia che all’agricoltura. D’altra parte l’assimilazione di Dio alla figura del pastore veniva da lontano. Già nel Vecchio Testamento, Dio viene indicato come il pastore del suo Popolo: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla “; “Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce”, preghiamo ancora oggi con le parole del salmista. E il futuro Messia viene preconizzato dal profeta Isaia “Come un pastore che fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri”. Questa figura trova poi la sua piena realizzazione proprio in Cristo ed è quella che ci fa percepire noi cristiani uno dei lati più umani e teneri del rapporto con Gesù: Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; ha compassione del suo popolo, perché lo vede “come pecore senza pastore”. Il brano del vangelo di S. Giovanni che viene proposto dalla liturgia in questa IV domenica di Pasqua sembra proprio voler andare a fondo di questo rapporto particolare tra Gesù e i suoi seguaci ricorrendo proprio alla similitudine del rapporto tra le pecore e il loro pastore mettendo in risalto alcune delle caratteristiche di Gesù buon pastore. La prima è la reciproca conoscenza tra pecore e pastore: ”Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Anche questo aspetto è particolare se riferito al tipo di pastorizia in uso in Israele. Capita che in molti posti gli ovini siano allevati soprattutto per le carni, mentre presso gli Israeliti essi venivano allevati specialmente per la lana e per il latte. Le pecore quindi rimanevano per molti anni con il loro pastore, per cui poteva realizzarsi una specie di particolare intesa tra loro, al punto che realmente il pastore finiva per conoscere il carattere di ciascuna delle sue pecore, arrivando a chiamarle anche per nome. È chiaro che Gesù vuol dire che egli conosce i suoi discepoli ed essendo egli Dio la sua conoscenza è estesa a tutti gli uomini. Ma il rapporto tra Gesù e quelli che credono in lui si concretizza in un altro aspetto, nel fatto cioè che Gesù è il Signore delle sue pecore e quindi queste gli appartengono e nessuno può portargliele via. Egli, infatti, è disposto a dare la vita per le sue pecore. Questa sicurezza fonda anche la incrollabile speranza dei suoi discepoli ed è quello che fa la differenza tra i pastori veri e quelli falsi. Questi, infatti, sono pronti soprattutto a spendersi per la loro salvezza e non per quella delle loro pecore. Ma il vangelo non stigmatizza solo le qualità del buon pastore, ma si sofferma anche sulle qualità del gregge a lui affidato: un gregge che sta attento alla voce del suo pastore, lo ascolta, lo conosce, lo segue. Riesce a distinguerne la voce tra mille altre, né si lascia trasportare da quelle che apparentemente sembrano più carezzevoli, più piene di lusinghe, che spesso si rivelano ingannevoli e inconsistenti. Il cristiano è colui che opera le sue scelte sulla base della parola di Dio perché è l’unica non fallace, l’unica che da ciò che promette.

 

 

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *