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Il grido della carne nel grande cerimoniale barocco

Il grido della carne nel grande cerimoniale barocco
di Francesco Tozza
Ferdinando di Annibale Ruccello
con Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio
e Francesco Roccasecca;
regia di Nadia Baldi

A Napoli, si sa, i riti non si toccano (anche quelli laici!): avvenimenti, personalità – una volta pervenuti ad una sorta di santificazione – non si discutono più, diventano oggetto di fede, quindi di culto, quintessenza della ripetizione dell’identico, emblematica espressione dell’autoreferenzialità di una cultura che in questa orgogliosa volontà di permanenza ritrova la sua grandezza, ma anche i germi di una rischiosa mortalità, sempre in agguato. Non a caso Napoli è la città del miracolo di San Gennaro, cui forse nessuno crede più, o ha mai creduto veramente, e tuttavia si ripete identico, con periodica, ineluttabile cadenza, senza che si risalga alle sue effettive origini, alle profonde, inquietanti urgenze psicologiche che pur ne assicurano il protrarsi nel tempo.
Il fenomeno – si accennava – tocca anche gli aspetti c.d. laici della cultura: la politica con le sue istituzioni, per esempio, o – per venire a noi – il teatro; magari con tempi più ridotti e qualche sostituto in più nel processo di beatificazione, ma con uguale intensità e sempre l’esigenza di permanentizzare gli altari, i santi che vi si venerano, i riti che li accompagnano, appunto. I primi a gridare al sacrilegio quando si contravviene al culto sono i sacerdoti che lo officiano, gelosi di quella che ritengono loro esclusiva prerogativa (“credo di avere titoli a sufficienza per parlare”, si dichiara con falsa modestia): spesso finiscono col litigare fra loro, nel timore di perdere il controllo delle rispettive congreghe. E nel frattempo la fede nei loro santi si depaupera o isterilisce: giustamente “i morti si prendono paura dei vivi”, per dirla con una delle più belle e inquietanti battute che concludono “Ferdinando” di Annibale Ruccello, uno dei suddetti santi ormai, cui il culto asfittico e ripetitivo nuoce, occultando il soffio vitale di nuove, rivelatrici letture.
Di questo capolavoro della drammaturgia contemporanea (cui non dovrebbe più aggiungersi alcuna aggettivazione geografica!) è rimasta negli annali, per i suoi indubbi meriti, l’interpretazione superlativa di Isa Danieli, con la regia dello stesso Ruccello (che per lei la scrisse), più volte poi ripresa dall’attrice. Il processo di beatificazione della prima interprete e dell’Autore ha però finito con l’offuscare – facendone perdere perfino il ricordo – altre pur valide messe in scena, come quella parigina con Adriana Asti o l’altra romana approntata da Missiroli per Ida Di Benedetto; e qualche altra, magari, ci sta sfuggendo (quella di Arturo Cirillo, per esempio, vista nel 2013).
Coraggiosamente, dunque, Nadia Baldi è entrata nel cerchio magico … offrendo la sua lettura del testo. Dopo le iniziali cautele e qualche perplessità ingenerata – bisogna confessarlo! – dai depositi della memoria nell’inconscio, la regia ha preso quota, presentando una personale cifra stilistica, aliena da un ormai troppo comodo e ingenuo realismo, caratterizzata invece da venature simboliche offerte in una messa inscena sontuosa, ma non troppo (Luigi Ferrigno e, per i costumi, Carlo Poggioli). È così che le lenzuola, che nel suo immenso letto-baldacchino avvolgono donna Clotilde (una convincente Gea Martire), appaiono come il prolungamento della sua camicia da notte, emblema della quotidianità malata di un’esponente dell’aristocrazia borbonica ormai al tramonto; i sedili sui quali ne ascoltano i grotteschi monologhi la cugina povera, Gesualdina (Chiara Baffi, perfetta “bizzoca”), e il parroco Don Catello (un accorato Fulvio Cauteruccio), sono evidenti carrelli che fungono da continui punti di fuga di altri due esponenti di quel mondo, cui non resta che la reciproca insopportabilità, il rancore, le passioni represse. Per fare esplodere le quali, basta l’arrivo di un sedicente nipote della baronessa (Francesco Roccasecca), il quale rapidamente affascina tutti per la sua straordinaria bellezza, interrompendo finalmente la sequenza sempre uguale dei giorni e delle notti. Ma la bellezza del corpo troppo spesso tradisce, o meglio nasconde, le brutture, la corruzione delle anime, almeno di quelle che antepongono le ragioni dell’utile e dell’interesse perfino alla forza scatenante dell’eros.
Senza cadere nella trappola di un’esegesi, sottilmente storica, dei fatti narrati dalla pièce, comunque presente nello smarrimento quasi nevrotico di una classe sociale più volte denunciato dalla protagonista, quando accenna alla deriva di un’identità meridionale oramai perduta, la regia della Baldi pone l’accento sul dramma di amore, sesso e morte che rende incandescente il testo. Quella che si rivelerà l’impostura dell’identità di Ferdinando diventa lo strumento sufficiente per esplicitare, nel corpo dei personaggi che hanno accolto, turbati, il suo arrivo, un’energia straordinaria che il mondo – quello di oggi non meno di quello di ieri – non può pienamente accettare per la carica sovversiva che porta con sé. Non a caso Bataille (certamente studiato e qui tenuto presente da Ruccello) diceva che “l’esperienza sessuale è (…) il modo più drammatico di avvicinarsi ad un’altra persona, perché l’ambito del sesso è stato sempre limitato da divieti”; onde il viverla, durante il nostro sviluppo, nel segno dell’angoscia o della colpa, quindi della punizione e della morte, che è la punizione più grande. Ma questo è anche il terribile fascino di questa esperienza, “mai completamente istintiva come quella animale, perché in essa interviene sempre l’immaginazione”, con scelte anche ‘contro natura’ in quanto non collegate intrinsecamente alle ragioni della sopravvivenza della specie. Lo sa bene Don Catello allorché, nel suo breve corso di “educazione sentimentale” rivolto a Ferdinando, parla di “nu piacere spiciale quanno se fa chello ca nun s’adda fa (…). È troppo bello ‘o peccato (…). L’uomo è diverso dall’animale per questo!”.
Il merito, o se si preferisce, la cifra dello spettacolo di Nadia Baldi è in questa volontà, e capacità, di comunicare la continua e spregiudicata esigenza d’infrazione della norma, di profanazione del sacro, di “necessità del peccato” che quasi trasuda dal testo, dalla sua lingua meravigliosa, vera e propria partitura musicale; cui, sulla scena, corrisponde una quasi marionettizzazione dei personaggi, con la loro gestualità astratta, che giustamente fa a meno di quasi tutta la prevista oggettistica, concentrandosi piuttosto sulla drammaturgia dei corpi. In questo modo la messa in scena si traduce abbastanza in quel “grande cerimoniale, grande apparato barocco, magari anche funebre” che era negli auspici dello stesso Ruccello. E le cose potevano essere spinte ulteriormente, in direzione di un espressionismo più esplicito, se non addirittura ridondante (ma conosciamo la ‘misura’ con cui Nadia Baldi affronta certe tematiche; ricordiamo il suo evitare “La morte della bellezza” – il celebre romanzo di Patroni Griffi – offrendone, qualche anno fa, semplicemente una delicata versione da concerto).

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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