Home
Tu sei qui: Home » Archivio » Il magistero politico di Moro e l’abuso attuale della “democristianità”

Il magistero politico di Moro e l’abuso attuale della “democristianità”

Il magistero politico di Moro e l’abuso attuale della “democristianità”
il corsivista

Foto: pdoristano.it

Basterebbe rileggere anche solo sommariamente alcuni più significativi brani di Aldo Moro, a trentacinque anni dal suo rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse, per non incorrere in una serie di deprecabili luoghi comuni strettamente connessi ai riferimenti ricorrenti ai democristiani e, più in generale, alla partecipazione dei cattolici alla vita politica. Dopo che Giovanni XXIII riconobbe che spettava ai credenti laici la scelta delle alleanze governative, Aldo Moro fu costretto – in più di una circostanza – ad affermare la natura laica delle decisioni politiche dei credenti. E fu costretto in particolare ad essere chiaro e netto alla vigilia del congresso del ’62 della Dc a Napoli, quando si abbatté l’ennesimo veto ecclesiastico sulla scelta maturata di dar vita al centrosinistra. Il presidente della Cei Siri, con una lettera personale poi pubblicata da un quotidiano, si rivolgeva con queste parole al segretario della Dc: “In nome di Dio, la prego di riflettere bene sulla sua responsabilità e sulle conseguenze di quanto sta compiendo”.
Aldo Moro fornì una risposta “indiretta” al cardinale, nel corso di una tesa intervista con Eugenio Scalfari: “Io devo ridire che la Dc non è un partito cattolico nel senso che sia un’espressione politica della gerarchia ecclesiastica… L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostre correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale”.
La grande scelta laica era questa, un’autonomia che consentiva di “spendere” un’eredità ricca su terreni concreti, nella città degli uomini. Scelta ribadita molti anni dopo, quando Moro fu costretto nuovamente a tornare sul punto della radicale libertà politica dei cattolici italiani. Lo statista pugliese, sempre molto efficace e convincente nel dare un nome ai percorsi, ai momenti e soprattutto agli snodi della storia politica, parlò di “principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente” come cardini dell’impegno laico dei cattolicesimo italiano in politica. Moro sentiva salire il “desiderio di affermazione di ogni persona”. Erano i tempi della contestazione giovanile e delle rivendicazioni operaie. Una coscienza critica non può non rivolgersi alla ricchezza della realtà per tentare di coglierne ogni aspetto, ogni proiezione e quella dello statista pugliese è una coscienza lucida che si staglia netta e riesce ancora ad apparire come riferimento efficace.
Aldo Moro, nella temperie di quegli anni difficili, dopo la parentesi del centro e del centrosinistra, tentò “di convincere la cattolicità italiana – ricorda Luigi Accattoli – ad andare a una “terza fase”, che poi prenderà il nome di “compromesso storico” e gli costerà la vita”. Sia prima che dopo il congresso di Napoli della Dc le scelte di Moro furono dense di pensiero e di costruttivo spirito del tempo, rafforzando le ragioni del laicato sia prima che dopo il Concilio. Se i papi Roncalli e Montini si ritirarono progressivamente dal diretto controllo della sfera politica, ne è sicuro Accattoli, fu proprio per “la richiesta di autonomia di cui furono portatori i cattolici democratici”.
Sentire parlare oggi di ragioni dei cattolici – nelle ottiche parziali e settarie dei partiti sulla scena, claudicanti e con brevi, pragmatiche storie parlamentari – appare perciò davvero sterile esercizio retorico, capace soltanto di suscitare antichi costruttivi ricordi e contemporanee, inguaribili malinconie.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3627

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto