Il martirio di Nando “nell’inferno dei viventi” alla Sanità

di Diogene

Lo chiamerò Nando, come lo ha chiamato la collega de Il Mattino, Rosaria Capocchione. Era di origine cingalese, che, per chi non lo sapesse, vuole dire che era nato nello Sri Lanka ex isola di Ceylon. Era nato all’estero ma viveva da molti anni oramai a Napoli, s’era integrato talmente bene nella sua nuova città che per tutti quelli che lo conoscevano era solo Nando, altro che nome esotico lungo ed impronunciabile. Aveva la sua attività di salumiere messa su con stenti e grande passione al quartiere Sanità, il quartiere del grande Totò.
Ma in tutte le storie ci sono sempre delle avversità, ci sono sempre dei “ma”, dei “però”. Se non le superi, se non ti adegui a quella che sembra essere diventata una normalità, in una città che – in nome di una camorra sempre più devastante e implacabile – travolge tutti i valori, sei fottuto.
Nando aveva avuto il coraggio di denunciare alcuni suoi aguzzini, quelli che giorno dopo giorno gli succhiavano il sangue con richieste sempre più assillanti. Non era la solita banda del pizzo che – impunita – estorce mazzette offrendo “protezione”. No, le bande erano due; due clan si affrontavamo per una spartizione meticolosa del territorio mai avvenuta, un po’ come nel film “Così parlò Bellavista” quando c’era contesa di appartenenza nel mercato delle estorsioni sul numero civico di via Duomo che nel film era un negozio di articoli religiosi.
Nando non ce l’aveva fatta più a pagare e aveva denunciato il tutto alle autorità. Aveva compiuto il suo dovere civico in una terra difficile, dove una denuncia sembra portare solo fastidi ad uno Stato che già sa tutto – e non avrebbe bisogno di ricevere denunce – ma che è impotente e indolente; perché le male piante – se si vuole eliminarle davvero – si devono estirpare dalle radici, non bastano operazioni di superficie o di facciata.
L’altro giorno, Nando si è impiccato nella sua misera stanza al Salvator Rosa. Non ce la faceva più, evidentemente a combattere, tra evidenti ritorsioni e minacce dei clan denunciati. Se n’è andato per sempre, lontano dalla sua terra d’origine, nella convinzione di non poter più andare avanti e probabilmente si è sentito solo; solo contro i clan che imperversano e che non ti danno tregua.
Forse aveva letto le frasi più significative inserite in uno dei capolavori di Italo Calvino, Le città invisibili, quel “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.”
Quell’inferno, forse, adesso è alle sue spalle.

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