Il mio NO alla riforma

Il mio NO alla riforma
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Le Carte Costituzionali non sono totem da guardare con assoluta venerazione, si possono cambiare, aggiornare, ma non è buona prassi farle diventare carta straccia all’improvviso nelle mani di poche persone. Occorre buon senso, come in tutte le cose importanti della vita che riguardano l’intero corpo di un paese. Il primo appunto che mi viene da fare riguarda il fatto che nel 1946-47, quando si discusse la Carta da approvare, il risultato di quel lungo e partecipato lavoro fu un documento che unì la nazione, le diede un’impronta di coesione, in un contesto di gravissime spaccature ideologiche. Questa riforma targata Renzi-Boschi-Verdini-Alfano sta invece dividendo il paese. Nasce, cioè, con un vizio originale di non poco conto. E non è detto affatto che si tratti di lacerazioni destinate a esaurirsi, quale che sia l’esito del referendum confermativo.

I fautori del Sì continuano a ripetere, come un disco rotto, che non vi è alcun articolo nuovo della riforma che dia più poteri al presidente del Consiglio o al Governo. Non ve n’è bisogno, rispondo. Se tu accetti che la riforma sia messa in piedi dall’esecutivo e se essa prevede lo smembramento del Senato, non è necessario dare nuovi poteri (che pure sono contemplati), basta sottrarli alla seconda Camera, il Senato, e automaticamente l’altra accresce le proprie funzioni in modo esponenziale.

Che questa riforma sia funzionale alla tecnocrazia mi pare sia altrettanto evidente. Ciò si traduce nel maggiore potere che un po’ ovunque viene dato ai governi, nella progressiva limitazione delle sovranità nazionali e dell’autodeterminazione dei popoli e nel primato dei poteri finanziari che impongono regole tecniche molto rigide.

Renzi si richiama spesso alla modernità e al cambiamento che la riforma da lui promossa conterrebbe, ma i concetti di modernità e cambiamento sono veramente labili e da contestualizzare. A suo dire, ciò che è stato valido nel 1948 non lo sarebbe più oggi, ma questo potrebbe valere anche per la sua riforma che, se dovesse essere approvata il 4 dicembre, potrebbe risultare stantia e avariata già dopo pochi mesi. A mio giudizio si dovrebbe parlare, invece, di altri due concetti: la sperimentazione e la previsione. Nel primo caso non è possibile stabilire a priori se la riforma, in caso di approvazione, possa essere o meno un bene per il paese. Slogan a parte, l’ingegneria istituzionale cambierà e la sensazione diffusa è che, al contrario, vi saranno molte cose che non funzioneranno. Nel secondo caso, la previsione, possiamo fare riferimento ai comportamenti tenuti dal governo e dal premier da quando guida il paese. È abbastanza palese che si siano progressivamente ristretti gli spazi della democrazia: Renzi ha bloccato la concertazione con i sindacati, contingentando i tempi d’incontro, ha ridotto anche il dibattito politico in Parlamento per l’approvazione della riforma con sedute notturne, interventi risicati e utilizzando il voto di fiducia come modalità per andare sistematicamente avanti, ha creato la presunta “buona scuola” senza coinvolgere i docenti, ma fidandosi di pochi altrettanto presunti esperti. E dunque, i comportamenti del governo e di Renzi ci riportano a un modo accentratore di procedere, con lo sbarramento dell’attuale Carta Costituzionale. Date le premesse, cosa accadrebbe se passasse la riforma che accentra di fatto il potere? Il rischio di una deriva autoritaria non appare del tutto infondata, anche in una prospettiva futura con altri governi.

Ultima questione. L’esecutivo che riforma il potere legislativo è una nuova pericolosa e gravissima anomalia, perché rompe lo schema storico dei tre poteri indipendenti (legislativo, esecutivo e giudiziario) sbilanciando il tutto in mano all’esecutivo e ad una sola Camera ossequiosa, obbediente e prona al cospetto del suo premier.

Le due Camere attuali, vorrei ricordarlo, non sono due cavalli che tirano il calesse in due direzioni diverse, come ebbe a dire Benjamin Franklin. La velocità nei processi legislativi dipende dagli uomini, dai giorni di lavoro alla Camera e non dal bicameralismo, nato per dare un tempo di maturazione alle leggi e non per obbedire all’esecutivo.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *