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Il miracolo del compromesso

Il miracolo del compromesso
di Andrea Manzi
Nel dopo-De Luca pace fatta tra vescovo e portatori

Nel dopo-De Luca pace fatta tra vescovo e portatori

È durata un anno la processione della ferita risanata, della ricerca ossessiva di un terreno comune e, quindi, del compromesso. Partita dalle macerie delle baruffe chiazzottissime di un anno fa, con un vescovo dileggiato per aver “conteso” ai portatori la titolarità del rito nel tentativo di ricondurlo al rigore imposto dalla Conferenza episcopale, il sacro corteo in onore di San Matteo è riapparso – dopo dodici mesi di accordi e trattative, burocratismi cavillosi e ripicche levantine – straripante di folla per le antiche vie di Salerno, più sobrio e composto nel suo cliché religioso.

Religioso, cioè orante, simbolico e finanche rituale nel solenne procedere, separato cioè da quel bozzolo meschino nel quale un’implacabile irragionevolezza villana e sfrontata l’aveva imprigionato. Non è andato perduto, quindi, un anno di lavoro diplomatico, segno che non aveva torto Arthur Schopenhauer quando affermava che le religioni sono come le lucciole, per brillare hanno bisogno del buio. L’opacità tenebrosa di questo lungo anno è stata molto amara, segnata da sofismi degni della rinascita pagana dell’Occidente tardo antico. Fino a qualche settimana fa si è trattato, infatti, all’interno di perimetri angusti: dagli inchini alle giravolte, agli ingressi nell’atrio del Comune della statua o della reliquia. Ardori crepuscolari e “politeisti” di una suburra fracassona hanno fatto così irruzione al tavolo delle decisioni, con il vescovo in “doveroso” ascolto, talvolta notaio di penosi accordi.

Un pugno in faccia all’apostolo Matteo, le cui reliquie ne legarono la figura a un’altra faccia, più radiosa, quella di Salerno, nell’ora nobile della storia cittadina, alla fine del XII secolo, quando gli studi di medicina e la profondità di altre scritture custodite nel ‘Liber confratrum’ della cattedrale avevano delineato un’identità fiera e gentile di questo popolo di antichi e devoti mercanti. È passato molto tempo e Salerno, durante i successivi nove secoli, ha attraversato periodi bui, varcando soglie di destini dal tono minore, fino ai recentissimi contesti post-moderni nei quali il rito religioso è slittato, quasi per un ruvido transfert, da una relazione significativa di fede qual era, su simboli della nostra quotidianità più idealizzata e clamorosa. Ne sono nate improvvide confusioni, ma soprattutto l’immagine e il Vangelo di San Matteo sono stati allontanati dalla devozione cattolica della città, subendo una dissoluzione deturpante.

Il vuoto di figure carismatiche della pubblica amministrazione alla processione – mancavano il governatore De Luca, che per anni ha “ascritto” a sé, calamitandoli, gran parte della ritualità e degli ardori della festa, ma anche il sindaco Enzo Napoli – ha reso insipido il corteo, contribuendo però a favorire la distensione tra portatori e vescovo e a liberare il campo da folkloristici intrighi teo-politici. Se l’assenza del sindaco è, come sembra, una “scelta” laica (e non conseguenza dell’ultima querelle con il vescovo per l’ingresso della statua al Comune), l’orologio della storia della città sarebbe tornato agli anni del sindacato di Vincenzo Giordano, del quale Napoli fu stretto collaboratore. Per il sindaco socialista degli anni ’80, San Matteo era un simbolo della cristianità che egli non volle “adottare” per presenzialismo politico, da ateo convinto qual era. Una lezione di stile che è sembrata rivivere, restituendo alla fede la sua incontaminata espressività. Gli applausi (al netto dei pochi riservati al presidente della Salernitana Lotito) sono andati così alle statue e al corteo, nei quali la fede della comunità si è storicamente proiettata.

La processione surreale dell’anno scorso è tornata in sé – anche se con un accompagnamento canoro troppo gioioso e “bulimico” – rappresentando al meglio la pietà popolare, che è “forza evangelizzatrice”, quindi “luogo teologico”, come ricorda spesso Papa Francesco. Era apparso un obiettivo lontano: alla fine è stato raggiunto, anche grazie alla pazienza dell’arcivescovo Moretti. E questo è un suo merito. Quando si dice il miracolo di un compromesso.

(da Il Mattino del 22 luglio 2015)

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