Mar. Lug 16th, 2019

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Il “mistero” del palazzo del principe Sanseverino a Mercato

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Nel Salernitano un architetto-ricercatore scioglie un enigma della storia dell'architettura moderna
di Silvia Siniscalchi
La sala dei consigli del comune di M.S. Severino durante la presentazione del libro di G. Pizzo

È noto come i maggiori artisti del Rinascimento Italiano, da Michelangelo a Leonardo a Tintoretto, siano da tempo al centro delle più suggestive e affascinanti supposizioni interpretative da parte degli storici dell’arte. La perfezione della prospettiva pittorica e di una stupefacente tecnica architettonica (basti pensare al prodigioso equilibrio della cupola del Brunelleschi nella chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze) sembrano infatti provenire da sotterranee e misteriose alchimie tra scienza, religione, esoterismo, simbolismo e magia. Uno dei maestri di tale poliedricità rinascimentale è stato Leon Battista Alberti, letterato e architetto attivo nella metà del XV secolo, che avrebbe profondamente influenzato gli sviluppi dell’architettura del suo tempo. Proprio l’Alberti è al centro di un’avvincente e approfondita ricerca avviata oltre un anno fa da Giuseppe Pizzo, architetto e insegnante salernitano, autore di un libro presentato nel palazzo municipale di Mercato San Severino (Salerno), dal titolo “Il palazzo albertiano del principe Sanseverino a Mercato” (Artem edizioni, 2012). Il palazzo in questione (lo stesso in cui si è svolta la presentazione, l’altra sera), molto trasformato nel Settecento, è infatti, secondo Pizzo, originariamente opera di Leon Battista Alberti e non di Luigi Vanvitelli, come concordemente ritenuto dagli storici dell’architettura. Nell’ambito del mecenatismo rinascimentale e di un preciso progetto politico, la commissione all’Alberti sarebbe infatti partita dai Sanseverino, principi di Salerno, decisi a manifestare attraverso una serie di opere imponenti la propria forza politica. È questo il contesto storico in cui Pizzo, con passione e dedizione, documenta e ricostruisce la propria ipotesi attraverso studi e comparazioni rigorose, con una puntuale disamina dell’edificio, in tutti i suoi particolari, alla luce delle descrizioni riportate nei libri del De re aedificatoria dell’Alberti.
Le argomentazioni di Pizzo devono avere davvero convinto gli addetti ai lavori, considerato che il libro, con una presentazione di Alessandra Mottola Molfino (presidente nazionale di Italia Nostra) e la prefazione di Stefano Borsi (storico dell’architettura della Seconda Università degli Studi di Napoli), è stato ufficialmente presentato a un folto e competente pubblico dallo stesso Borsi e da Gennaro Miccio, soprintendente BAP di Salerno e Avellino, alla presenza dell’autore e di Giovanni Romano, sindaco di Mercato San Severino nonché assessore regionale all’Ambiente. Dopo l’iniziale saluto di quest’ultimo, Pizzo ha ringraziato i presenti e gli amici che lo hanno sostenuto e incoraggiato nella sua ricerca, rievocandone le circostanze iniziali e gli elementi pittorici e architettonici che lo hanno insospettito sulla reale paternità e finalità dell’attuale edificio municipale, non sostenuti da documenti espliciti ma da una serie di induzioni molto ben fondate.
Il successivo intervento di Miccio, apprezzando la pluralità degli approfondimenti comparativi e interdisciplinari del libro di Pizzo, ne ha rimarcato l’aspetto divulgativo oltre che scientifico, capace di riportare alla memoria collettiva la conoscenza del territorio e dei suoi elementi più rappresentativi. La possibilità di ricostruire la storia attraverso le testimonianze iconografiche di affreschi ed edifici è un’operazione più che legittima: questi ultimi sono oggi guardati come dei semplici prodotti storico-artistici, di cui è stato dimenticato l’originario scopo ideologico e simbologico, legato, nel caso dei principi Sanseverino, a una precisa strategia politica, mirata a riequilibrare i rapporti con il potere centrale egemonico, prima angioino e poi aragonese e spagnolo. L’ipotesi su cui si fonda il libro di Pizzo è dunque fondata, considerando anche la sensibilità per l’arte e la cultura dei Sanseverino (come dimostra la bellezza di Teggiano, nel Vallo di Diano, uno dei loro principali possedimenti), anche se non è possibile attribuire con certezza assoluta la paternità del palazzo di Mercato San Severino a Leon Battista Alberti.
Il prof. Stefano Borsi ha a sua volta espresso apprezzamento per  il rigoroso lavoro di ricostruzione del contesto architettonico e storico con cui Pizzo ha inteso dimostrare le origini storiche del palazzo. L’ipotesi di un legame tra Roberto Sanseverino, principe di Salerno, e Leon Battista Alberti (la cui presenza a Napoli nello stesso periodo è attestata da alcune fonti storiche) è a suo giudizio ammissibile, considerando l’antica importanza di Mercato San Severino (posto in una posizione strategica per le comunicazioni e i più importanti commerci, come quello della lana), l’interazione tra cultura e politica, con la diffusa pratica del mecenatismo culturale (di cui Federico da Montefeltro, con il suo palazzo ducale di Urbino, era modello per tutti i signori del tempo), e i rapporti tra i principi di Sanseverino con altre casate italiane (tra cui quella degli Estensi). Non è dunque impossibile affermare che il palazzo di San Severino, analogamente al Palazzo Strozzi di Firenze (opera dell’Alberti), contenga significati simbolici legati alla necessità di esprimere la forza politica e militare della potente casata, ma a suo giudizio l’edificio rappresenta già di per sé un episodio architettonico molto interessante, a prescindere dalla questione della sua paternità. Pertanto, nell’auspicio che Pizzo possa completare la sua ricerca, gli ha riconosciuto l’indubbio merito di essere riuscito se non altro a dimostrare come il palazzo dei Sanseverino rappresenti uno dei grandi problemi della storia dell’architettura nel suo complesso.

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