Il mistilinguismo nella poesia di Lucio Falcone

Il mistilinguismo nella poesia di Lucio Falcone
di Giuseppe Amoroso

poesiaA volte è sufficiente un solo lemma per richiamarne un altro deputato a indicare un evento indissolubilmente legato alla mente, metaforizzato e aperto a un ventaglio di immagini. E, così, ha inizio una catena che in apparenza sembra un gioco verbale, un segnale di autoreferenzialità preziosa, ma che finisce per divenire una autentica trama di accadimenti reali (o sognati) trasmessi da una pagina innovativa. Il lessico come esclusivo punto di avvio di una dizione lirica frantumata, seccamente scandita da parole totalitarie e pur mobile nella geminazione infinita della voce dell’io. Poesie (Pungitopo editrice, Gioiosa Marea, pp.215) di Lucio Falcone mette in accelerazione un sistema espressivo di stimolante impatto fonosimbolico, di intensa e fulminea gradazione di suoni, tesi a costruire una sorta di rappresentazione ad ampio fondale, in cui il mistilinguismo (entra in campo pure il vernacolo siciliano accanto a “details”) dilata lo spazio delle scene, il visivo splendore di una “vetrina” nella quale il gesto e una rete di movimenti  si specchiano e si serrano. E sfondi remoti si delineano in figure.

Le prime liriche del volume imprimono un carattere di alchimia e memoria, elaborati echi di contastorie e impulsi lanciati al “silenzio di parole/che qualcuno ha inutilmente atteso”, il “filodorizzonte”, il “tuodivinotramonto”, il “nerodiddiodimàre/scèsoafogliamòrta al fondodellacullamediterranea”, il “vuotodicielo” e la luna che “sparisce sopra l’incerto anfiteatro di rena” e un “borgo di mischini pescatori” sono un shock linguistico ma anche la deflagrazione non circoscrivibile di un paesaggio e di esperienze esistenziali che, con squarci, saettii, luminescenze, non si appagano della semplice osservazione, della lucida cartolina composta nelle sue simmetrie, né si fermano nella solida illustrazione tradizionale di una letteratura che fa i conti con  le cose e, lucida, ne traduce  un arco di impulsi.

La didascalia è rifiutata, il commento viene incorporato nella carica di un termine più incline al grido che al racconto. Il testo, tutto scosse e tensioni, risulta attraversato da un’aria criptica e si diffonde nel concitato flusso delle storie. L’autore ne ascolta lo scorrere, declina pensieri in un globo di visioni, dove il “moto da luogo” porta via dall’esterno, dalle superfici, dagli spazi in perdita una “terribile logica” che arbitrariamente trae a sorte i destini di ombre, di puri nomi che sembrano sul punto di presentarsi. Ma latitano (“fuori passeggiano gli assenti”) ancora nell’abbagliante geometria di “chiazze” di strada o di un “racconto di Maupassant” o nello smarrimento di una “serale balera di finestate”. Nella mente del poeta, invece, fanno ressa i ricordi, “il coraggio di essere e di sognare” del padre, ”poeti in fuga” da afferrare, un “argentino timbro di voce”, prìncipi persiani e circumnavigatori, faraoni e visir, contadini e feudatari e cananei “essiccatori di alfabeti porporini”, che premono e non vogliono sparire. Irrompe un corteo di volti in un ritmo  tambureggiante sotto l’ “improvvisa  ansietà” di una vertigine.

Di colpo, poi, alcune improvvise sospensioni stracciano il conteggio parco ed epigrammatico dei segmenti lirico-mitici (si pensi a Genesi) ,i fulminei nuclei dei vers (talora monoverbali)i, la calcificazione di un sintagma in un impasto di componenti lessicali (fra l’orfismo di Dino Campana e il mortuario transito d’ignoto di Lucio Piccolo, il polifonico mormorio fluviale di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo e il calligrafico barocco di  Bartolo Cattafi) e le impalcature ellittiche che si protendono come ali sul vuoto, ma che si sostengono con l’ausilio di un dettato colto, capace di far brillare occasioni da un “seme di buio”. Echi e rispondenze  di culture diverse e libri e stratificazioni di epoche e personali graffi  di luce e di dolore si danno la caccia, si alternano, riscrivono se stessi in un diluvio di tempi. Intanto anche le bancarelle “alla foce dell’Anapo” espongono, in pessime traduzioni, papiri che contengono vicende accadute in leggendari deserti e altre depositate nel “sangue e sale di un poema cieco”, nell’“anno mille d’Europa”, o nel “macello di carne umana/sotto la forma dell’oro”. I secoli si mescolano, il verso assorbe e canta le più imprendibili stagioni.

A volo d’uccello fino ai nostri giorni, la scrittura di Falcone  riconosce a tutto ciò che si appanna e scompare nell’abisso degli anni  l’occasione di resistere ancora nella parola e nella sua “contemplazione”, nella sua sillabazione onirica e salvifica. Quando il teatro si spegne e vanno via attori e furori e anche la musica, ultima a lasciare  il mondo, forse  si ascoltano solo “mozioni/rivolte  a un nord/che segna niente”.Nella sua Sicilia,in un”qui”- “finisterrae”, l’autore ,tra “inutili pietre di infinita bellezza”,raccoglie  le  proteiformi e uguali rotte degli incanti: che fatalmente portano al “puntebbasta”. E, allora, si ripiega ancor di più su se stesso e “affida leggere parole/a foglietti di carta velina/trasparenti velelle d’amore”.

 

 

redazioneIconfronti

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