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Il mondo del Canaro in lotta tra paura e ricerca di senso

Il mondo del Canaro in lotta tra paura e ricerca di senso
di Rosaria Fortuna
Confesso di essere entrata a cinema, per vedere Dogman di Matteo Garrone con un po’ di terrore. La storia di Pietro De Negri, noto alle cronache giudiziarie come “il canaro” della Magliana, mi impressionò moltissimo, e ancora oggi, qualsiasi tolettatore per cani nasconde, per me, qualcosa di misterioso e a tratti ripugnante. Prima della trasposizione cinematografica di questa storia, ad opera di Matteo Garrone, Vincenzo Cerami già se ne era occupato ne i “Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani”, libro edito da Mondadori. Il libro raccoglie, oltre alla storia de “il canaro” della Magliana, le storie tragiche del nano di Termini, storia anche questo trattata da Matteo Garrone ne L’imbalsamatore, di Carla Gruber e della marchesa Casati Stampa. La paura è la traccia e la linea guida su cui Vincenzo Cerami allinea le parole, paura di cui Matteo Garrone, invece, si serve per imprimere la sua rielaborazione della storia del Canaro sulla nostra retina.
Dogman è un noir pieno dell’animo leggero e cinematografico di Marcello Fonte, animo che si fonde con la leggerezza dei cani filmati da Matteo Garrone, in particolar modo nella prima parte del film. Quei cani che, a partire da Lassie e Rin tin tin, ognuno di noi ha imparato ad amare al cinema. Cani che oggi fanno parte del nostro quotidiano in maniera sempre più famigliare. Matteo Garrone, per rendere più stridente il contrasto tra l’umano e il disumano che alberga in noi, trasforma ogni scena con i cani in qualcosa di aereo e poi via via di più terreno, proprio per accentuare il divario con tutto il mondo che ruota intorno a questa storia. Divario che è evidente nel degrado metafisico della periferia, e che non è esistenziale, visto che c’è un’umanità che cerca, con dignità, di strappare momenti di bellezza, a luoghi in cui la bruttezza scandisce il passo. E così la figlia del Canaro tratteggia, insieme all’amore per i cani, l’animo docile ed obbediente di un uomo che per paura non riesce a dire di no, a chi sempre più spazio prende alla sua vita, per oscurare il suo desiderio di integrazione sociale e di normalità. Se la legge della strada impone di rispondere alla violenza con la violenza, così da risolvere ogni contrasto e smettere di subire, il Canaro fa tutt’altro. Accumula rabbia, risentimento, dolore, convinto che, alla fine, il buon senso prevalga e il bene con esso. Ma così mai accade e il finale  diventa l’unica forma di riscatto possibile. Una sorta di riscossa civile. E qui la passione per il cinema di Matteo Garrone esplode tutta. La comunanza di Marcello Fonte non solo con Buster Keaton e con Charlie Chaplin, ma anche con il Dustin Hoffman de Il maratoneta e di Cane di paglia, è tutt’altro che invisibilie. Del resto, il modo di muoversi di Marcello Fonte sulla scena, di osservare la realtà, un particolare importantissimo in questo film che è giocato tutto sull’uso degli occhi di Marcello Fonte, e anche la sua corporatura, molto ha in comune con questi attori. E poi come in loro, in Marcello Fonte c’è  quella svagatezza sognante che lo rende ferocissimo nell’attimo stesso in cui la vita gli impone di scegliere ciò che è giusto per sé, al netto delle angherie subite. Matteo Garrone è il più letterario dei registi italiani contemporanei. È  uno che ogni volta che gira un nuovo film si porta appresso tutti gli altri film girati. È anche uno che ha memoria di Roma per come è, ed è sempre stata nella realtà. Memoria che riesce a trasferire anche in un luogo diverso e distante, visto che il film non è stato girato a Roma, ma al Villaggio Coppola. Un luogo, il Villaggio Coppola, che proprio per il suo essere “non luogo” è perfetto, e assolutamente cinematografico, per diventare l’altrove. Un altrove che è anche Roma, con i suoi quartieri fortino, distanti dal centro dell’Urbe, centro-regno dei turisti e dei politici, malgrado la suburra perenne. Ne ha talmente contezza Garrone che i colori che compongono questo paesaggio degradato sono forti, per restituire un calore umano a vite che sarebbero solo interrotte e disturbate. Del resto, a Roma, la luce è fredda per via del marmo, e anche il mare di Roma, Ostia, è sempre avvolto da una patina di livido, per via dei fondali limacciosi. Se la geografia condiziona l’indole degli uomini, a Roma di sicuro l’opacità della luce rende la famigerata zona di mezzo terribilmente seducente, come zona di mezzo è lo stesso Villaggio Coppola. Chi si trova nella zona di mezzo ha il bisogno disperato di una ricerca di senso, e in questa ricerca di senso, talvolta, intercetta il disagio di vivere altrui, fino a farsene carico, al punto di diventare buono in maniera sovrumana.Tutto questo Matteo Garrone riesce a comunicarcelo attraverso Marcello Fonte, lasciando anche che la paura non ci abbandoni. Quasi a ricordarci che la memoria della paura della morte violenta, come sapeva Thomas Hobbes, è la nostra unica salvezza per continuare a vivere insieme, ed in mezzo agli altri in maniera civile. Fino a quando avremo paura del male riusciremo anche a dire di no. L’unica possibilità che abbiamo per non trasformarci in assassini per necessità, e abitanti inconsapevoli  di tanti piccoli Villaggi Coppola.

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