Il mondo oltre il Pil

Il mondo oltre il Pil
di Luigi Rossi

La conferenza di Papa Francesco sul volo che lo riporta a RomaLa solita rivista specializzata ha riferito che tra i mille super ricchi nel mondo 27 sono italiani, intanto si parla della Grecia, dell’intransigenza dei custodi del rigore monetario e di un paese in ginocchio perché non ha rispettato parametri econometrici. A questo proposito pare che negli Stati Uniti si stia diffondendo l’idea di andare oltre il Pil per calcolare il progresso economico; già venti stati dell’Unione utilizzano misuratori alternativi per fotografare il progresso genuino effettivo (Gpi). Se non si procede in questo senso si rischia di avere una percezione non adeguata delle condizioni di vita; infatti, fermarsi ai dati del Pil non aiuta a far tornare i conti, anzi contribuisce a truccarli, mentre si dimentica che il modo col quale viene monitorata l’attività di un paese influenza tutta la società. Programmi politici tesi a stimolare soltanto la crescita quantitativa dell’attività industriale forniscono la dimensione della produzione lorda e non consentono di conoscere il vero benessere di un Paese o le condizioni di salute di un’economia. Il Pil non fotografa la vita reale di un cittadino, un problema perché non coglie la gravità delle disuguaglianze in atto. Oggi molti stanno peggio, mentre i criteri di valutazione non considerano degrado ambientale e livello di sostenibilità della crescita. A questo proposito il caso della Cina risulta emblematico per i problemi che si prospettano in un prossimo futuro. Già da ora a pagare le conseguenze del suo grave inquinamento è la California verso cui i venti spingono ceneri e l’aria mefitica che ammorba la Terra di Mezzo.

Invece di Pil si ritorna a parlare di prodotto nazionale lordo come avveniva prima della fine del millennio. Si tratta di uno strumento di misurazione più attendibile perché il Pil guarda alla ricchezza prodotta dal Paese in un anno e non al reddito interno. In tal modo si coglie e, quindi, consente di affrontare il problema delle privatizzazioni che agevolano tanti speculatori a privare un Paese di risorse anche quando il Pil sale, determinando così la brusca caduta del prodotto nazionale lordo. Un’autentica giustizia distributiva obbligherebbe a considerare anche la qualità della produzione integrata col reddito mediano disponibile dopo aver sottratto tasse, spese per la casa, bollette di vario genere ed il costo per il cibo. In tal modo è possibile superare l’aporia statistica che assegna mezzo pollo a testa anche a chi non ne dispone e ciò perché l’altra metà dei cittadini ne ha a disposizione uno intero! Da queste semplici considerazioni prende spunto anche il dibattito sulla tassazione per evitare l’assurdo di un’aliquota fiscale più bassa per gli speculatori in borsa rispetto a chi lavora tutto il giorno.

Determinante per il nostro futuro è garantire l’uguaglianza delle opportunità. Il vero benessere si misura tenendo conto delle condizioni di salute, della casa decente, di appaganti relazioni familiari, di quartieri puliti e sicuri dove vivere, di un lavoro che soddisfa stimolando la propria personalità. Si può pervenire a questa radicale evoluzione della mentalità se non si considera l’economia una scienza distante ed immutabile, ma ben radicata nella cultura e nella civiltà del popolo di cui è espressione. A queste condizioni essa favorisce la nostra libertà e consente una possibilità di scelta per cambiare. Focalizzare l’attenzione solo sulle competenze che producono profitti può determinare vantaggi di breve durata; ma una sana cultura economica ha bisogno di creatività, capacità di pensare in modo fantasioso ed elaborare soluzioni creative per problemi complessi adattandosi a circostanze mutevoli e vincoli nuovi.

È l’invito che si desume in filigrana leggendo il recente volume: Papa Francesco – Questa economia uccide di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi. Il saggio ci fa riflettere sul grave errore di aver separato nell’Ottocento la sfera economica dall’etica e dalla politica, mentre di recente la globalizzazione ha determinato il passaggio ad un ordine nel quale si pretende di porre l’etica al servizio dell’economia. Col global capitalism il mercato condiziona pesantemente l’agenda politica presentandosi quasi come una religione immanentista che annulla l’uomo. Il papa denuncia proprio questa pericolosa situazione alla quale si può porre riparo se ai nostri giovani s’insegna a pensare criticamente, trascendendo i localismi e affrontando i problemi mondiali consapevoli di essere cittadini del mondo, in grado quindi di specchiarsi negli altri con predisposizione simpatetica.

redazioneIconfronti

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