Il moralismo non informa

di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La condanna del reo può rientrare nei ruoli precipui dell’informazione fino ad assorbirne altri? La condizione, per rispondere “sì” a questa domanda, è che la riprovazione e la censura, quindi la funzione “punitiva” dei mezzi di comunicazione per fatti gravi e, magari, anche di vasto allarme sociale, non limitino o condizionino la missione dei cronisti, che è quella di raccontare, con equilibrio e dopo convincenti verifiche, “la storia del presente”.

La tragedia di Sassano induce a qualche riflessione in tal senso.

Al netto delle morbosità nelle quali si sono illanguidite le ricostruzioni dell’impressionante evento, il gap conoscitivo ancora una volta ha riguardato il responsabile della tragedia, cioè il pluriomicida, che è poi il fratello di una delle giovani vittime.

I giudizi apodittici pronunciati nei suoi confronti hanno sostituito le attese risposte sulla sua vita e sulla sua tragica performance. È come se il cuore vivo del laboratorio giornalistico avesse cessato di battere proprio nel momento topico, confermando ancora una volta che purtroppo la cronaca opera per stilemi, evolvendo in una sorta di epica contemporanea. Il reo si crea a tavolino, quindi è sempre tremendo e atroce così come le vittime da lui lasciate sul campo rappresentano “naturalmente” la sua perfetta antitesi. Il diavolo da una parte, gli angeli dall’altra. Un classico, che accontenta tutti.

È invece proprio sul diavolo, anzi sui diavoli contemporanei, che varrebbe la pena di saperne di più. Occorre conoscerle, non giudicarle, queste devastanti macchine umane del nostro tempo, illuminarne i volti spenti e goffi, attraversarne i pensieri se ne hanno, tentare di agganciare speranze e paure di quest’universo fragile e aggressivo.

Il new deal dell’Italia in declino passa per la cultura non per inquisizioni o invettive. E noi conosciamo troppo poco di trasgressioni e devianze, perché i racconti del nostro tempo non vanno quasi mai oltre la superficie e le facili censure. Una delle soluzioni alla violenza è rappresentata dall’espulsione dell’aggressività e del teppismo dalle aree dialettiche nelle quali i comportamenti trasgressivi andrebbero fatti interagire con i nostri dati di conoscenza e con gli acidi corrosivi della attuale intolleranza. Evitiamo, cioè, il problema alla radice, celebrando le vittime e rimuovendo i responsabili di immani tragedie, dopo averli schedati e condannati con titoli enfatici e lacrimosi.

L’informazione non è però un tribunale, e non può riassumere la sua funzione auspicando esemplarità della pena o, come nel caso di Sassano, qualificazioni severe del reato o l’ergastolo della patente.

Risarcire la rabbia popolare con una filippica è inutile: così i problemi si inabissano e nuove tragedie emergeranno dal basso come sintomo di malessere.

Il reo va invece recuperato ed esibito, con luce neutra, nella vetrina di un maturo osservatorio pubblico territoriale. È questa una visione geogiornalistica dell’informazione, lontana da ogni pregiudizio eticista, capace di interpretare le necessità del tempo presente. Il presupposto di tale metamorfosi è un cambio generazionale nella mentalità dei cronisti, chiamati ad impedire che la rete e Internet diventino ad un tempo fonte e racconto, realtà e rappresentazione. Soprattutto, i cronisti, dovranno tornare ad operare di persona nelle zone grigie attualmente non percorse né investigate. Tra l’altro, conoscere le potenzialità negative degli uomini non è sconveniente. Anzi conviene, perché talvolta evita il verificarsi di quei fatti sui quali la cronaca si cala con lo sfarfallio lento dell’upupa.