Il nostro teatro bello e feroce

Il nostro teatro bello e feroce
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

In teatro bisogna entrare in punta di piedi e, come diceva il grande Eduardo, ricordarsi sempre che “gli esami non finiscono mai”. Così mi ripeteva spesso Renato De Carmine (primo attore del “Piccolo” di Milano, foto in copertina) quando, ormai molti anni fa, abbiamo condiviso con alcuni spettacoli la scena. Prima ancora, la splendida Olga Villi, mia madrina, mi raccontava della durezza di Visconti con gli attori incurante dei feroci bombardamenti su “Roma città aperta”. Durezza e tenerezza verso gli attori più giovani in cui il “conte rosso” intravedeva un futuro possibile per il nuovo teatro e per l’Italia, finalmente uscita dal ventennio fascista. Ricordo la Borboni in un camerino romano rivendicare con orgoglio il suo primo nudo sulla scena italiana in anni in cui quel gesto era davvero iconoclasta. Ricordo, più in vanti, una serata straordinaria al Teatro Nuovo di Milano durante uno dei tanti “Amleti” di Carmelo Bene quando, complice un nostro amico che era in compagnia, riuscimmo io e Michele Monetta ad essere ricevuti in camerino dopo lo spettacolo. Una serata quella, indimenticabile, con una platea divisa come agli inizi del secolo scorso quando in sala succedeva il finimondo tra detrattori e fautori di un nuovo testo, di un nuovo autore. La gentilezza di Carmelo nel ricevere quei due giovani aspiranti attori mentre lasciava fuori incurante dal camerino, nonostante le sollecitazioni del direttore di scena, il sindaco di Milano e di Venezia dell’epoca che gli proponevano la direzione della Biennale Teatro. E ancora, ricordo quando in città provavo “Casa Rosmer” (1988) con Sandro Nisivoccia e Regina Senatore (avendoli citati a loro va il mio pensiero grato per aver dato la possibilità a tanti giovani salernitani di avvicinarsi al teatro) in una coraggiosa riscrittura del testo ibseniano da parte di Massimo Castri; veniva ad assistere alle prove Rosalia Maggio, grande amica di Regina, si metteva buona buona nel buio della piccola platea del San Genesio e guardava con interesse questo giovane regista dirigere le prove in modo molto diverso da come lei era abituata. Spesso mi diceva che ero bravo ma forse un po’ troppo severo. Nel suo teatro quella disciplina era inconcepibile perché all’attore andava lasciata la sua bella porzione di libertà. Bella lezione anche questa. Poi, tantissimi gli incontri e gli spettacoli diretti. Alcuni riusciti, altri un po’ meno, ma tutti mi sono serviti a capire quanto sia difficile questo mestiere. Da un punto di vista pratico, infine, grazie agli ultimi provvedimenti del ministro Franceschini che hanno determinato la scomparsa di tante piccole compagnie indipendenti in favore dei grandi Teatri Nazionali, questo lavoro sembra essere diventato, addirittura proibitivo. Mi ha molto commosso il ritrovamento di un attore suicida nelle acque del Tevere con in bocca tracce del suo ultimo contratto che prevedeva soltanto dieci debutti secchi per l’intera stagione. A quel collega cinquantenne che pur tra mille sacrifici per anni sicuramente era riuscito a sopravvivere con le scene, va il mio più commosso pensiero. Il teatro nonostante lo si ami è spesso feroce; dopotutto, non lo si sceglie ma è esso che ci chiama e che ci travolge.

 

Andrea Manzi

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