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Il passaggio al digitale fa strage di emittenti televisive locali

Il passaggio al digitale fa strage di emittenti televisive locali
di Barbara Ruggiero

Soffiano venti di crisi per l’emittenza televisiva locale in Italia.
Alla crisi che attanaglia il Paese e che sta avendo risvolti critici per l’intero settore dell’editoria, si aggiunge il piano di riassegnazione delle frequenze che metterà a dura prova la sopravvivenza di storiche emittenti televisive locali.
Nei giorni scorsi, il Ministero dello Sviluppo Economico ha rese pubbliche le graduatorie previste dalla procedura di revisione del piano di assegnazione delle frequenze per il servizio televisivo digitale terrestre in varie regioni, tra cui la Campania. Rientrano nel piano le regioni che sono passate al digitale prima del 2011.
Le graduatorie, a meno di clamorosi sviluppi, prevedono l’assegnazione di frequenze alternative per le emittenti televisive che si sono piazzate nelle prime diciotto posizioni. Per quelle escluse è previsto lo spegnimento coatto degli impianti di trasmissione.
In ballo ci sono anche delle emittenti che trasmettono sui canali da 61 a 69, sulla banda 800 Mhz, che dovranno essere liberate entro il 31 dicembre prossimo per consentire il trasferimento agli operatori di telefonia per la banda larga mobile.
Si sta procedendo alla liquidazione delle cosiddette misure compensative per chi ha abbandonato volontariamente il segnale prima della scadenza dei termini.
Ricordiamo che la legge prevede lo spegnimento coattivo del segnale per coloro che non consegneranno la frequenza entro il 31 dicembre.
Quella del settore televisivo locale si presenta come una crisi senza precedenti, tanto da spingere il deputato radicale Marco Beltrandi a presentare una interrogazione urgente al premier Mario Monti.
«Serve al più presto un tavolo di crisi per cercare di far fronte alla moria di emittenti private in Italia, veri strumenti democratici di informazione» – ha scritto Beltrandi che ha chiesto che il dipartimento per l’editoria presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri convochi un tavolo permanente, coinvolgendo tutti gli operatori del settore.
Beltrandi, che parla anche di «una pianificazione non molto oculata del passaggio al digitale», chiede un «intervento capace di individuare possibili soluzioni per evitare la perdita di professionalità affermate e posti di lavoro» per cercare di arginare «la situazione che stanno vivendo i lavoratori delle tv private in crisi (migliaia di operatori in Italia».
Il Ministero lo scorso mese di settembre aveva emanato i bandi per la riassegnazione delle frequenze in alcune regioni italiane – tra cui spicca la Campania. Le regioni interessate dal provvedimento sono: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio (fatta eccezione per la provincia di Viterbo) e Campania.
Fin dal momento dell’emanazione del bando, l’Aeranti Corallo, che raggruppa sotto forma di associazione imprese radiofoniche e televisive private, aveva fatto sentire la propria voce con la diffusione di un comunicato stampa in cui sosteneva che questi bandi «modificano ingiustificatamente i criteri di assegnazione già adottati nei procedimenti relativi ad altre dieci regioni svoltisi dal 2011». Ma l’Aeranti Corallo sottolineava anche che il cambiamento «continuo delle procedure impedisce alle imprese qualsiasi tipo di programmazione aziendale». La principale contestazione veniva mossa all’idea di valutare il patrimonio netto e i dipendenti con la sola attività di operatore di rete mentre le imprese televisive erano state considerate fino ad allora con riferimento sia all’attività di operatore di rete che di fornitore di servizi media audiovisivi.
Ma le altre note dolenti sono: intese previste come obbligatorie d’ufficio tra emittenti che operano su una stessa frequenza nella regione e l’impossibilità di costituire società consortili per l’assegnazione di una sola frequenza da condividere. La previsione di intese a carattere obbligatorio e d’ufficio secondo l’Aeranti-Corallo rende «assolutamente casuale la possibilità per le emittenti di collocarsi in posizione utile nelle graduatorie e penalizza enormemente tutte le emittenti che operano su frequenze che sono state assegnate solo su una parte limitata di territorio regionale».
Le emittenti private lamentano, insomma, una gestione della transizione dall’analogico al digitale che nell’ultimo anno non ha tenuto conto delle problematiche del settore televisivo locale e degli impatti che le scelte operate possono avere su piccole realtà imprenditoriali.


b.ruggiero@iconfronti.it

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