Il Pd non ha scelta, si concentri sulla riforma della politica

Il Pd non ha scelta, si concentri sulla riforma della politica
di Carmelo Conte

Carmelo-ConteNon è il mio Governo ideale e neppure il mio Presidente ideale, ha detto Enrico Letta del suo Governo e di se stesso parlando all’assemblea del Pd di sabato scorso. Ha colto, non senza autoironia, un diffuso stato d’animo dei democratici che ha assunto un significato particolare quando, di lì a qualche ora, è stato eletto segretario del partito Guglielmo Epifani, sindacalista della Cgil con origini popolari (la madre è nata a Sacco).  Sembra un film già visto. Anche il Psi, all’inizio della fase che portò al suo scioglimento, scelse per segretario Giorgio Benvenuto e poi Ottaviano Del Turco, due sindacalisti uno dell’Uil e l’altro della Cgil. E la stessa scelta fece la Dc che tentò di rinascere riprendendo il nome di Partito Popolare, di cui divenne segretario Franco Marini, capo della Cisl. Certo, si tratta di storie diverse, ma sono tre esempi che sollecitano lo stesso interrogativo: se per rilanciare un partito in crisi sia sufficiente il ricambio del segretario prendendolo a prestito da un mondo diverso o non si debba, invece, promuovere un ricambio che assicuri un rapporto organico tra destino politico e dirigenza. Ebbene, non vi è dubbio che un’interconnessione tra strumento e fini sia una essenziale, tanto per autoriformare un partito quanto per costituire un Governo che ne esprima l’ideale. E’ un’esigenza che non può essere pretermessa ad alchimie e equilibrismi come è stato costretto a fare il Pd che, in un momento di difficoltà, ha scelto come premier il dirigente che per formazione è il più prossimo, sotto il profilo politico, all’area degli attuali alleati di Governo; e per la guida del partito il suo contrario per un bilanciamento rispetto alla sinistra interna. Ha fatto, cioè, ricorso a un compromesso che, date le condizioni, ci sta, ma non coglie adeguatamente la porta della crisi. Che è insieme causa ed effetto dell’accadimento di eventi straordinari nella stessa dimensione di tempo e di spazio: la difficoltà dell’Europa a governare la finanza e l’economia produttiva; l’incapacità dei partiti e delle istituzioni nazionali a farsi interpreti della società profonda; e l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico, la rete che, come sostiene il giornalista Michele Mezza, è divenuta una fabbrica produttiva. Essa, infatti, sforna ogni giorno la notizia e il suo contrario, crea un modo di pensare, di agire e reagire, regolando, di fatto, la politica e la società. Lo provano la tenuta elettorale di Berlusconi nonostante Berlusconi; l’esplosione del grillismo nonostante Grillo; e la defaians del Pd che, proteso all’ossessiva ricerca di alleanze di cambiamento (!), in pochi mesi si è giocata la vittoria elettorale e l’unità interna, per poi allearsi con la destra. E’ il prezzo per non avere compreso che il mutamento richiede una risposta che non sia una tattica per conquistare il potere in concorrenza con Grillo o Berlusconi, ma un’alternativa alla politica e ai metodi di raccolta del consenso di cui essi sono espressione. Serve promuovere un algoritmo politico, un programma idoneo a radicare in basso e dal basso le speranze di cambiamento. Realizzare, cioè, un’alternativa sociale e territoriale laddove ora regna la trasversalità: è difficile cogliere la differenza di stile e di politica tra il sindaco di Verona, Salerno e Caserta benché siano di partiti agli antipodi. Sarebbe, perciò, un errore continuare ad elaborare politica solo in funzione del Governo centrale, rifugiandosi nella tattica di addebitare all’alleato il suo fallimento in vista di elezioni anticipate. Berlusconi lo sa e non farà la prima mossa, si adatterà al quotidiano che è il suo habitat naturale. Mentre il Pd, per ritornare in gioco da protagonista, deve fare la scelta che non saputo fare per il passato: dare priorità alla riforma della politica e delle istituzioni prevedendone e regolandone la diversità di funzione e di ruolo, creare, cioè, le condizioni per potere dispiegare la propria azione in prospettiva e a tutto campo, dai quartieri a Bruxelles, senza compromettere l’opera del Governo. Questa opzione, se concretizzata da subito, offrirebbe a Letta un ruolo costituente e una via di uscita che non assicurerebbe al suo Governo l’attributo ideale ma lo renderebbe possibile.

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Il Pd non ha scelta, si concentri sulla riforma della politica

  1. Sguardo lungo e molto competente quello dell’onorevole Conte. Un’analisi acuta che ripercorre con etrema lucidità, seppure nel breve tratto di poche righe, la crisi della sinistra italiana degli ultimi anni. Anch’io sono pienamente convinto che la sinistra o si fa promotrice di un cambio di prospettiva -riforma vera e non a parole della politica e dello Stato- o finirà per essere sempre a rimorchio di qualcun altro. Ai cambiamenti epocali si risponde con visioni politiche coraggiose( un pizzico d’utopia non guasterebbe) e non con sterili tatticismi.
    Pasquale De Cristofaro

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