Il Pd si liberi dalle storie del secolo scorso che lo imbrigliano

Il Pd si liberi dalle storie del secolo scorso che lo imbrigliano
di Angelo Giubileo
Renzi e De Luca
Renzi e De Luca

Non si può dire che non ce l’abbiano messa e che non continuino a mettercela, la faccia! Sia Letta che D’Alema hanno deciso di fare la guerra a Renzi. In ogni occasione, in ogni piazza, che non sia quella tanto virtuale dove finora il vero e proprio scontro, fatto principalmente di parole, si era manifestato. Anche la vicenda delle primarie dell’anno scorso non era stata infatti tale da separare definitivamente i diversi contendenti alle diverse leadership, di partito e di governo. A parte le annotazioni sempre di D’Alema e anche della Bindi che sostenevano che Bersani, da regolamento del Partito (con la P maiuscola), non avrebbe dovuto concedere a Renzi la possibilità allora di competere per la Segreteria (con la S maiuscola). Ma, per l’appunto, l’anno scorso era stato poi evidente che si fosse trattato di una mera concessione, nell’ambito di un’organizzazione di Partito (con la P maiuscola) che ancora reggeva. E che, viceversa, dopo la mancata elezione di Prodi alla Presidenza della Repubblica, sembra invece non reggere più. Ne occorre forse una nuova.

Si diceva dunque che lo scontro per la Segreteria (con la S maiuscola) del “vecchio Pd”, come l’ha definito ieri lo stesso Renzi a proposito del voto in favore del ministro Cancellieri, diventa ora reale in vista del “nuovo Pd” che sempre Renzi dice di voler presiedere da segretario (si suppone, con la s minuscola) all’indomani delle nuove primarie dell’8 dicembre. E’ semplicemente un caso, che Renzi ritorni alla dinamica formale, molto spesso formalistica, del “vecchio” e “nuovo”?

Per intanto, l’aspirante, già sindaco di Firenze, deve provarsi a fare i conti con una vecchia e dura realtà. Nell’affare Cancellieri, anche Renzi ci ha messo la faccia e dobbiamo ritenere che, alla stregua della disciplina di Partito (con la P maiuscola), stavolta anche lui l’abbia persa. Anche se, in fondo, si tratta solo di una delle tante complesse vicende che dal secolo scorso affliggono il nostro declinante paese! E tuttavia, nei risvolti della vicenda potrebbe nascondersi un’insidia maggiore. Infatti, che senso ha ribadire piuttosto, dopo la votazione in aula, che dopo l’8 dicembre della questione se ne dovrà riparlare? Il sindaco, è forse in possesso d’informazioni ancora riservate? Oppure, più semplicisticamente, ritiene che da supposto nuovo segretario (con la s minuscola) sia in grado di determinare o quanto meno orientare diversamente il voto del supposto “nuovo” partito (con la p minuscola)?

Per intanto, sempre D’Alema ha deciso di candidarsi a Bari per la corsa all’assemblea nazionale del Pd che verrà. Quale che sia, o meglio sarà. Michele Emiliano, sindaco di Bari dal 2004 e primo sponsor politico al sud di Renzi, dice di esserci rimasto male. Per anni ha contato sull’appoggio dell’ex premier, forse né più né meno di quanto abbia goduto a Salerno un altro storico sindaco, da quasi venti anni, che è Vincenzo De Luca. Di recente, assurto sovente alle cronache giudiziarie nazionali. In particolare, anche per la vicenda, tuttora non chiara, del voto – che nel secolo scorso, si sarebbe detto bulgaro – che sarebbe stato espresso in città a favore di Renzi nelle recenti e discusse primarie svolte tra gli iscritti al Partito (con la P maiuscola). Al momento in cui scrivo, non sappiamo come la vicenda sarà giudicata dagli organi inquirenti del Pd e dalla magistratura, sappiamo invece che il sindaco di Firenze non si è ancora espresso in maniera chiara sul fatto se intenda avvalersi o meno dei voti sub judice, nonostante le sollecitazioni provenienti anche da ambienti a lui vicini. Si dice anche che Matteo Renzi mirerebbe alla conquista dei 2/3 dell’assemblea nazionale e che pertanto almeno in tal senso i voti di Salerno e provincia potrebbero ritornargli molto utili.

Potrebbe allora diffondersi l’idea che, per l’ennesima volta, si tratti di una mera questione di numeri. In sintesi, una democrazia fatta solo di numeri, come purtroppo sempre più spesso accade nel nostro paese. Considerando, in primis, i numeri del famigerato porcellum.

Tra vecchio e nuovo, protagonisti del passato e del presente, ci auguriamo per il futuro che il verso possa davvero cambiare. Che si operi quel taglio definitivo con il passato, che oggi un “vecchio” dirigente del Partito (con la p maiuscola) a Salerno così sintetizza: “… stiamo parlando di persone, come del resto anche io, figlie del secolo scorso. Bisognerebbe guardare ai figli di questo secolo”.

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Il Pd si liberi dalle storie del secolo scorso che lo imbrigliano

  1. Il riformatore Renzi ha un problema da risolvere subito: prima ancora di riformare il paese dovrebbe riformare il suo partito. Senza di ciò, oltre tutto, avrebbe vita breve come vita breve hanno avuto sinora tutti i leader del centrosinistra impallinati a turno o scivolati nello scioglimento di questa o quella maggioranza. Il proclama recentemente lanciato di voler sciogliere tutte le correnti, compresa quella dei renziani pare sinora solo una pia intenzione. Nella realtà vale ancora il modello ben espresso da Franco Marini all’indomani dell’imboscata subita nelle elezioni per la presidenza della Repubblica. Il Pd è una confederazione di potentati. E a questa federazione, senza stare troppo a guardare in faccia ai signorotti dei territori, i candidati alla segreteria si stanno rivolgendo per ottenere consensi. C’è una linea politica che si confronta con un’altra? Contenuti forti che emergono? Solo timidi balbettiii che in periferia neanche arrivano all’orecchio di iscritti e simpatizzanti. Nei territori (tanto per usare un termine molto di moda anche se sostanzialmente superato dalla storia), si discute di altro: si parla di appartenenza a questa o a quell’altra “famiglia” di potenti. Nei congressi provinciali spesso si è andato a votare senza che neanche i candidati si sforzassero di presentare un programma, cosa che invece lo statuto del partito prevederebbe. E i leader nazionali stanno dunque aggregando consensi che sono le doti personali dei capibastone, alcuni tra l’altro anche storicamente scomodi, come l’ennese Crisafulli, o recentemente molto discussi come il salernitano De Luca. Lo schema individuato da Marini dunque si ripete, con l’aggravante che talvolta i baroni locali sono artefici di un sistema di potere che mal si sposa con i temi generali che invece riguardano il governo del paese. In fondo la vicenda De Luca è tutta racchiusa nel conflitto tra sistemi incompatibili. Il sindaco di Salerno, che da anni porta avanti nella sua città un modello ultrapresidenzialista e costruito su regole non di rado difficili da digerire in un sistema di democrazia rappresentativa, nel proiettarsi su uno scenario nazionale ha impattato con regole per fortuna diverse e incompatibili con il suo stesso personaggio, la sua immutabile essenza. Per tornare a Renzi, è questo il problema vero che il probabile nuovo segretario del Pd ha di fronte: trasformare una confederazione di potentati in un partito vero con una linea politica chiara e identificabile che riverberi anche nei cosiddetti territori, seppur concedendo spazi di autonomia alla periferia nella gestione concreta delle specificità. In queste primarie non stiamo vedendo niente di tutto ciò: i consensi si aggregano potentato per potentato senza tante discriminanti. Vedremo dopo, ma la partenza lascia non pochi dubbi. Per Renzi, non cambiare subito marcia, potrebbe essere un errore mortale perché potrebbe sprofondare nella palude dei vicerè che già gattopardescamente sussurrano tra loro: “E’ necessario che tutto cambi affinché nulla cambi”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *