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Il Pdl rischia davvero la scissione, gli ex An con Alfano

Il Pdl rischia davvero la scissione, gli ex An con Alfano

L’articolo 16 bis dello statuto è una delle chiavi fondamentali per capire la guerra che si sta consumando in queste ore all’interno del Pdl. Secondo questa norma, inserita nell’atto costitutivo del partito durante l’ultimo Consiglio nazionale, quello dell’insediamento di Angelino Alfano alla guida di via dell’Umiltà, spetta solo al segretario utilizzare il simbolo e presentare le liste e le candidature elettorali. Di fatto, anche se l’articolo 16 stabilisce che «l’Ufficio di presidenza coadiuva il presidente nazionale» (vale a dire Silvio Berlusconi), «in tutte le sue funzioni e, d’intesa con esso, concorre alla definizione di nomine e candidature», l’ex Guardasigilli può dire l’ultima parola sui nomi da mettere in lista. Non solo, ma il segretario “detta” anche le “direttive e gli indirizzi” ai tesorieri (in questo caso Rocco Crimi e Maurizio Bianconi) per la raccolta dei fondi e la gestione delle risorse per la campagna elettorale. Un grande potere, quindi, viene riconosciuto ad Alfano, che avrebbe convinto ancora di più i “berlusconiani” a “staccarsi” dando vita a una riedizione di Forza Italia. Silvio Berlusconi, infatti, se dovesse ritornare in campo, raccontano, vorrebbe avere “mani libere” sulla scelta dei candidati e, per questo, punterebbe a conservare il Porcellum senza le preferenze. Stesso discorso sull’antica questione del simbolo: anche se il Cavaliere è proprietario del logo e della denominazione Popolo della libertà, non potrebbe utilizzarne il contrassegno nel 2013 senza il consenso di Alfano. Una ragione in più per l’uomo di Arcore per fare una “nuova cosa azzurra” senza nessun vincolo, rispolverando il vecchio “marchio di fabbrica” lanciato nel ’94. Se Berlusconi dovesse chiamare il suo nuovo soggetto politico Forza Italia riferiscono, non avrebbe nessun problema riguardo alla disponibilità del logo: il simbolo Fi, infatti, è di sua proprietà, mentre il potere di usarne il contrassegno elettorale spetta ad uno dei suoi fedelissimi, il senatore Sandro Bondi. In ogni caso, però, fanno notare dalle parti di palazzo Grazioli, Fi dovrà raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni perché non è presente in Parlamento. Testualmente, il 16 bis, che fissa a tre anni la durata massima dell’incarico di segretario, recita così sul nodo delle liste: «E’ conferito al segretario politico nazionale il potere di utilizzare i contrassegni elettorali del Pdl e di presentare e depositare le liste e candidature elettorali, determinate ai sensi del presente statuto, in sede nazionale e locale; le funzioni connesse a tali attività possono essere svolte a mezzo dei coordinatori nazionali e di procuratori speciali all’uopo nominati». Il segretario, inoltre, continua la norma, «detta le direttive e gli indirizzi al segretario amministrativo nazionale in ordine all’attività negoziale necessaria per il raggiungimento dei fini associativi e per la corretta gestione amministrativa del Pdl, per la redazione del rendiconto economico dell’esercizio e la predisposizione del bilancio preventivo, entrambi da sottoporre all’approvazione della Direzione nazionale. Detta, inoltre, al degretario amministrativo nazionale e al suo vice le direttive e gli indirizzi per la gestione dei fondi destinati alle campagne elettorali e per la raccolta dei fondi». Il 16 bis (che fissa poteri e funzioni del segretario) dedica solo un breve passaggio al presidente del partito: «Su proposta del presidente nazionale, l’Ufficio di presidenza indica al suo interno, a maggioranza assoluta dei suoi membri, il segretario politico nazionale». E questa indicazione deve essere approvata a «maggioranza semplice dal Consiglio Nazionale immediatamente successivo». Statuto alla mano, quindi, a Berlusconi “fondatore”, viene riconosciuto sostanzialmente un ruolo di rappresentanza politica. L’Ufficio di presidenza, poi, «è convocato dal presidente nazionale di norma una volta al mese e si riunisce comunque ogni volta ne faccia istanza il 25% dei suoi componenti». L’articolo 15, invece, è dedicato alla figura del presidente nazionale e stabilisce che «il presidente del Pdl è eletto dal Congresso nazionale con apposita votazione, anche per alzata di mano, secondo le modalità che verranno individuate nel regolamento congressuale». In particolare, il presidente (cioè Berlusconi) «ha la rappresentanza politica del partito, lo rappresenta in tutte le sedi istituzionali, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche, convoca e presiede l’Ufficio di presidenza, la Direzione nazionale e il Consiglio nazionale e ne stabilisce l’ordine del giorno». Se il Cav decidesse di guidare la nuova Fi, si porrebbe il problema delle dimissioni da presidente del Pdl. E su questo punto l’ultimo capoverso dell’articolo 15 precisa: «In caso di dimissioni o impedimento permanente del presidente nazionale, l’Ufficio di presidenza convoca immediatamente il Consiglio nazionale che provvede alla sua sostituzione temporanea per il periodo strettamente necessario alla convocazione del Congresso nazionale». Quanto al nodo delle risorse per la campagna elettorale, Berlusconi sarebbe sempre più restio a sborsare soldi di tasca sua: non a caso, un suo fedelissimo come il tesoriere Crimi, risulta ancora dimissionario e senza la sua firma ogni impegno di spesa è bloccato. I “berlusconiani” sono convinti che per risolvere la partita tra Berlusconi e Alfano sarà «necessario un accordo economico tra Fi (che, pur essendosi “fusa” con An nel 2009, giuridicamente vive ancora) e il Pdl sui debiti e sulle quote di contributi statali ricevuti sotto forma di rimborsi elettorali. Un’intesa, che naturalmente, incide sulla “spartizione” di posti di potere e candidature.

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