Il poetico solista rosso della band rock del vino

Il poetico solista rosso della band rock del vino

È da pochi giorni in edicola il terzo numero de Il Paradosso, la rivista della Fondazione Alario di Ascea dedicata alle politiche e alla promozione dello sviluppo. Nella Galleria di questo numero, un intenso medaglione dedicato da Erminia Pellecchia a Bruno De Conciliis, un personaggio che ha saputo fondere economia e ambiente, diffondendo (tra i primi) la cultura dell’agricoltura biologica come diga per arginare le follie del consumismo e dell’edonismo. Uno spaccato di rara intensità che contribuisce a far amare la tradizione meridionale più direttamente connessa a un futuro possibile.

di Erminia Pellecchia

bruno-de-conciliisImprovvisazione, sperimentazione, con il cuore e la mente, però, ben radicati alla terra, alla storia, alla cultura e alle tradizioni. Bere un vino firmato De Conciliis è come ascoltare jazz: note che si rincorrono senza respiro, che occupano ogni spazio possibile fino ad arrivare nel profondo dell’anima. La musica in un calice. Lui, Bruno, il vignaiolo con la passione del jazz, ha battezzato i suoi vini, ispirandosi ai suoi amori musicali: il rosso Naima (sta per anima) è dedicato al sassofono di John Coltrane, Donna Luna è un omaggio a Donna Lee di Charlie Parker, Perella, il Fiano dei prodigi, rievoca la potenza vocale della Fitzgerald. Infine lo spumante, Selim, l’anagramma di Miles Davis. Al suo Cilento, invece, ha legato l’Antece, “antico”, come il monumento rupestre dei Monti Alburni, il simbolo di un territorio in una bottiglia. “Fin dall’inizio – racconta  l’imprenditore – ho pensato il Donnaluna Fiano come un vino che avesse l’immediatezza fresca del bianco, sin dai primi esperimenti dell’Antece un caro amico mi mise in guardia: un bianco, pur nella complessità, deve essere immediato, leggero come Mozart; questo vino è buono, ma cerebrale come Bach… Una lezione che credevo di avere introiettato così tanto che, nelle successive edizioni dell’Antece, ho tolto e tolto inutili sovrastrutture fino alla sua essenza, trovando pian piano quello che mi interessava esprimere”.

Colti e popolari allo stesso tempo, i vini dell’azienda De Conciliis. Nella terra di Parmenide tirano la volata a quella che il giornalista enogastronomico Luciano Pignataro ha definito la svolta del Cilento: un nuovo modo di fare imprenditoria seguendo la ricetta dello sviluppo ecosostenibile. Bruno, “il contadino rosso” come lo hanno soprannominato per i suoi trascorsi di estremista di sinistra, fa girare il vino come una bandiera, è il pioniere di una rivoluzione verde, fa proseliti, crea economia e posti di lavoro, fornisce il know how ad altri agricoltori che si inseriscono nella scia da lui delineata, segna l’anno zero della viticultura cilentana, inventa la formula del Cilento da bere e la esporta in tutto il mondo. Fa di Prignano, la sua cittadina natale e sede dell’azienda di famiglia, da borgo semisconosciuto appollaiato sul mare di Agropoli, la capitale del regno di Bacco. Soprattutto disegna la rete delle strade del vino nella “città del Parco”. Ecco, allora, la buona compagnia di Luigi Maffini, anche lui con una laurea che appende al chiodo per fare il contadino. Celato allo sguardo da olivi e querce secolari, a San Marco di Castellabate c’è l’impero del prof che ha trasformato l’hobby paterno di fare vino in business. Basti pensare alla rapida escalation dei suoi Kratos e Kleos, nomi altisonanti, profumi della Magna Graecia. Molta tecnologia e tanti studi, Luigi ha sostituito le antiquate botti di rovere con le più sofisticate barriques francesi per la vinificazione dei bianchi e dei rossi e l’affinamento del vino di punta, il Cenito. Terra di frontiera per l’enologia, il Cilento ha l’altro fortino nell’oasi incontaminata di Punta Tresino. In fuga dalla città, Mario e Ida Corrado, lui architetto, lei avvocato, scelgono un legame più sano con la natura, regalandosi una vita “che ci somigli di più, un rapporto più sereno con gli altri, un tempo rilassato dove ci sia spazio per capire, contemplare, ascoltare e ascoltarsi”. La scelta li premia, il Tresinus, purissimo Fiano prodotto in quantità limitata, è una benedizione divina. E, ancora, ecco spuntare la filiera di ristorantini ed enoteche che cavalcano le onde di nettare cilentano, sponsorizzando le etichette doc e pregiandosi di quel blasone di identità ritrovata. Fra tutte l’osteria Perbacco dei fratelli Vito ed Eugenio Puglia a Pisciotta, e, poco oltre, al porto di Acciaroli, vicino alle spiagge più belle d’Italia, l’Enoteca Dom Florigi, primo riferimento per i vini locali nei favolosi anni Novanta della scoperta e della valorizzazione.

“Veniamo da un luogo benedetto dal cielo, ma povero – dice Bruno De Conciliis – dove un solo filare di vigna è il pentagramma di uno spartito del canto di millenni, il canto di uomini e donne che un tempo chiamavano tristi. Quegli uomini e quelle donne provano a camminare su questa terra leggeri, evitando di scalfire il destino, come il vento l’accarezzano con un canto di ringraziamento. Questi uomini e queste donne ora dirigono la voce verso una passione diversa, un modo di essere cilentani e ridono perché ridere è una preghiera alla vita”. La storia di Bruno nasce da un sogno e si racconta come un romanzo, dove reale e irreale si confondono. Potrebbe quasi scriversi come la ballata dell’eroe senza macchia e senza paura. Spavaldo con vene “blue” come le note di Chet Baker, grintoso ma pervaso di romanticismo, grande comunicatore nel segno della poesia. La formazione “sentimentale” nella seconda metà degli anni Settanta, i collettivi politici a Napoli, gli studi al Dams di Bologna. Il terremoto dell’Ottanta è un colpo di frusta, la scossa del cambiamento. Torna in Cilento con un gruppo di volontari, nelle tante tragedie scopre il peso e la forza della cultura contadina che aveva rimosso, decide di restare e di trasferire nei campi il suo impegno, la sua etica. Economia ed ecologia per lui hanno la stessa radice, si può costruire un mondo possibile rispettando l’ambiente e godendo dei suoi frutti. Sarà tra i primi, infatti, in quegli anni a parlare di agricoltura biologica, per far capire che si riparte dalla terra e che dalla terra, mettendo in conto ostacoli e sacrifici, si è ripagati. Sicuramente il fenomeno del downshifting, alias la semplicità volontaria, lo trova tra i precursori di una filosofia di vita al di qua del caos e della follia consumistica ed edonistica. Gli esordi con una coop ad Agropoli di erbe officinali, poi il ritorno a casa, l’assaporare le cose semplici fatte di affetti, amicizie, condivisioni e, perché no, anche incomprensioni. Nel ’93 Bruno entra nell’azienda paterna, rinnovandola pur senza rinnegare gli insegnamenti di papà Alessandro. “Ho fatto fuori le centinaia e centinaia di galline dell’allevamento – scherza – per far crescere le viti e dare spazio alla tecnologia”. Il team, tutto familiare, si muove come una Ferrari. E, accanto al cuore-cervello Bruno, affilano i motori i fratelli Luigi, pronto a passare dall’aratro ai conti, e Paola, l’occhio vigile di viti e ulivi. Sì, perché De Conciliis produce anche olio, buonissimo, provare per credere. Insieme a loro c’è Giovanni Cuomo, alias la “mamma” perché coccola il vino dal primo vagito alla bottiglia. A completare la “band rock” è l’allegra carovana di collaboratori, una trentina circa, ragazzi e ragazze entusiasti di partecipare ad una sfida che si rinnova di giorno in giorno.  Nel ’97 nascono l’aromatico Naima e il sontuoso Zero, tra i nuovi migliori vini italiani. Arrivano i riconoscimenti, è un crescendo, critici e gourmet internazionali guardano con favore a questa piccola, grande impresa. Prignano non è più un puntino quasi invisibile sulle mappe geografiche. Già. Il mondo del vino è  un circuito incredibile di sorprese e dai De Conciliis  arrivano tutti, i rapporti si estendono dall’Europa al Canada ed agli States. L’azienda è felice luogo d’incontro, le degustazioni serate dove si tira fino all’alba filosofeggiando del più e del meno tra un sorso e l’altro e un accordo di chitarra. Bruno è un vulcano inesauribile. Continua  nella sua mission impossible di perfezione, il suo credo è la ricerca dell’espressività del vino nel rispetto del vitigno e della cultura cilentana. “Il vino – spiega –  deve gridare “bevimi a canna, dissetati senza il bicchiere, prendimi”. Sbaglierà anche, tentando esperimenti forse azzardati per il gusto comune e che oggi, con un pizzico di maturità, gli fanno ammettere che “misura e controllo non dovrebbero mai mancare quando si crea qualcosa; abbandonarsi a un concetto, innamorarsi di un’idea è giusto talvolta nella vita, non sempre con il vino”. Ma la vendemmia del 2012 è concepita all’urlo di guerra “Beva, beva, beva”, il traguardo è davanti a noi, aspettiamo con trepidazione. Così come aspettiamo il nuovo Fiano che sta nascendo a Morigerati, un esperimento biodinamico nel paese ambiente targato Agricola Morigerati srl. Bruno De Conciliis ha creduto, osato, investito, piantando, su un terreno aspro e difficile, da decenni in disuso e datogli in comodato dal Comune, 400 viti.  Era il 2011, ci vorrà un altro anno per gioire dei risultati. Di sicuro c’è la realtà dell’occupazione giovanile, l’appello di Angelo Vassallo di dare opportunità alle giovani generazioni qui si è materializzato.

 

redazioneIconfronti

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