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Il populismo anomalo della Campania

Il populismo anomalo della Campania
di Carmelo Conte

Renzi, nell’intervista a La Repubblica di domenica scorsa, ha rotto il silenzio dello sconfitto e ha annunziato che intende riproporsi nel governo e nel partito, partendo dagli errori commessi. Di fatto, però, si è limitato a prospettare una riforma elettorale conveniente, con elezioni anticipate, che tradisce la premessa perché, come scrive il sindaco di Milano, blocca il parlamento e il governo in un momento di emergenza, non consente di metabolizzare le ragioni del referendum e impedisce di aprire una riflessione politica a tutto tondo sul partito. In specie in Regioni, come la Campania, dove il renzismo è apparso un cordone ordinatorio tra il centro e la periferia, animato da protagonismi ed esternazioni. Una sorta di populismo complementare e di reciprocità, esibito e celebrato come un totem, che è andato in crisi, in modo esemplare, a seguito del no al referendum costituzionale di due terzi dei campani. Invero, De Luca, il giorno dopo la sconfitta ha definito la riforma costituzionale “demenziale”; per Renzi, l’immagine di De Luca è stata una delle principali cause della sconfitta referendaria. Di qui la decisione dell’ex Premier di puntare su volti nuovi e di condizionare la supremazia del governatore sul Pd locale, al quale ci si può iscrivere solo attraverso pacchetti locali autorizzati, e nel quale ormai mancano le condizioni per discutere e decidere, e la competizione si è trasformata in una gara tra lupacchiotti di origine controllata che si avventano sulle istituzioni come su un gregge. Un modello di gestione della cosa pubblica che attiene sia ai modi con i quali è attuata sia all’insufficienza dei risultati. Ciò vale per la Regione come per le provincie e le città, dove – come mai è avvenuto neppure quando dominanti erano Gava e De Mita, personalità forti con cui si poteva comunque competere liberamente – i cittadini sono costretti a chiedere e a contrattare il permesso per esercitare i propri diritti in politica, nella sanità, nei servizi e nelle intraprese. Dove i dipendenti pubblici prima di decidere devono soggiacere all’esigenza di un “si proceda” di capi e capetti. Dove può accadere che i medici curino i malati per terra e un professore universitario eserciti la sua funzione in un ambulatorio senza attrezzature e senza reparto; e la regione, l’unica vera responsabile, si erga a giudicare anziché provvedere. È un sistema, le cui articolazioni sono note e verificate che il governatore nega o intesta ai subalterni e sulle quali non tollera che si metta becco. Tant’è che all’annunzio di Renzi di intervenire per aprire una finestra politica di cambiamento in Campania ha minacciato di organizzare il partito personale nel segno di “Campania libera”. Forse, per fronteggiare la crisi d’isolamento che lo sta avvolgendo, ha anticipato un suo vecchio disegno: mettere il cappello dell’autonomia rabbiosa e rivendicativa al populismo campano, partendo dalla “provincia”, ben sapendo che Napoli ubbidisce ad altri stimoli culturali, storici e sociali. Pensa a un disegno di tipo siciliano, sogna di mettersi definitivamente in proprio allargando alla regione l’esperienza salernitana. Non bisogna neppure escludere che, con tale ritorsione, egli tenti di far recedere Renzi dal proposito di intervenire, cogliendolo in un momento di debolezza, e di rafforzare, con un nuovo patto, il suo vice reame. Epilogo, quest’ultimo, che sarebbe deleterio per la Campania e il Pd, la cui immagine nazionale ne riceverebbe un colpo decisivo, anche perché l’ex sindaco di Salerno è attratto da chi governa: non è mai stato in contrasto con i segretari nazionali dei partiti in cui ha militato, Pci, Pds, Ds, Pd. È un prepotente, non un potente, e ha bisogno di protezione dall’alto per imperare sul basso. In ogni caso, tutto fa pensare all’avvio di un conto alla rovescia che sarà scandito dalla data delle elezioni politiche, a seconda che sia anticipata o a scadenza ordinaria.

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