Il pugno del papa

Il pugno del papa
Giuseppe Foscari *

Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari
Non smette di stupire papa Francesco. Lo dico da laico. Ieri, nelle Filippine, nel corso di un’intervista, ha sbalordito i presenti. Mentre discuteva, ha detto testualmente: «Se il dott. Gasparri, grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, deve aspettarsi un pugno. Ma è normale! Non si può insultare la fede degli altri!». Straordinario Bergoglio. La mamma come una fede e la fede come una mamma.

Lo so, lo so. I benpensanti fondamentalisti e ferventi cattolici storceranno il musetto. Immagino le loro critiche: e che fine ha fatto quel canone cristiano per il quale se una persona ti dà un ceffone tu devi porgergli l’altra guancia? Possibile mai che papa Francesco riveli la sua istintività manesca e non faccia pubblica ammenda per aver detto un’eresia? Nessuno riesce a zittire questo omone italo-argentino che dice pane al pane e vino al vino come se fosse il parroco brontolone dell’ultimo paesino sperduto? Sì, sì, li sento blaterare, blaterare…

E invece, se permettete, sta qui la sua grandezza. Tutto è cominciato quel giorno in cui fu eletto papa e scelse per sé un nome semplice ma terrificante per la storia di umanità, di grandi ripensamenti e dubbi interiori che si portava dietro: Francesco. Poi la storia è continuata demolendo pian piano tutte le incrostazioni arcaiche e dogmatiche del vetero-cattolicesimo e gli uomini di apparato che le rappresentavano, poi ha scelto di parlare la lingua degli umili e di rivolgersi soprattutto a loro, che ha conosciuto nell’esperienza formativa nella sua terra argentina. Insomma, tutto in linea non con il personaggio mediatico che pure è diventato, ma soprattutto con la sua storia conclamata di pastore degli ultimi della società.

A me ha fatto venire a mente il don Camillo di Giovannino Guareschi, mirabilmente interpretato da Fernandel in una serie di film ironici e a sfondo politico e sociale, che fece scalpore negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, e che si contrapponeva ad un altrettanto straordinario Peppone, alias Gino Cervi, che impersonava il sindaco comunista del paese, un po’ rozzo, ma onesto per eccellenza. Don Camillo era un parroco che non esitava a menare sberle e cazzotti pur di difendere le proprie idee, la propria chiesa, e poi scompariva per parlare con Cristo in croce e attendere un conforto o il perdono. Uno straordinario affresco del duopolio DC-PCI.

Ma, come al solito, ci si ferma alla prima parte delle parole di papa Francesco. Si scrivono fiumi di frasi retoriche e si omette la seconda, forte tanto quanto la prima: «Non si può insultare la fede degli altri!». E non ci rendiamo conto che lì c’è la chiave di tutto il delicato rapporto fra cristiani e musulmani. Basterebbe ricordarsela sempre e ripetersela come un ritornello: «Non si può insultare la fede degli altri!». Lì, dentro quelle semplici parole, c’è l’invito al rispetto reciproco, che fa da contraltare al pugno, utilizzato per far comprendere semplicemente che se offendi devi aspettarti una reazione, se voli basso e sei tollerante, se dosi le parole, la satira, l’umorismo, è difficile che possa arrivarti un cazzotto.

Saggio, papa Francesco, e più intelligente di tanti fondamentalisti cattolici.

* professore di Storia dell’Europa, Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione, Università di Salerno

 

 

redazioneIconfronti

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