Il pulmino della vergogna

Il pulmino della vergogna
di Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Dagli anni Settanta del secolo scorso, e ancora oggi, circola un aneddoto per Cava e riguarda una mitica e indimenticabile figura dello sport dilettantistico cittadino, che, in giro con la sua macchina per portare a giocare i suoi calciatori, viene fermato da una pattuglia dei carabinieri, la quale intima a tutti di scendere dall’auto. Uno, due, cinque, sette, dieci, dodici ragazzi…forse anche un tredicesimo (qui la realtà si confonde con la leggenda). Il bonario tutore dell’ordine, rivolto al ‘presidente povero’ Antonio Desiderio (di lui sto parlando, conosciuto ai più come Pupainiello) gli dice, più o meno: “Non vi faccio la multa ma mi dovete far vedere come fate a salire tutti in macchina”. Erano tempi magri eppure mirabili, si mangiava pane e mortadella e si andava a giocare, stipati come sardine, uno sull’altro. Sfido chiunque che si sia trovato in quegli anni ad avere tra i 13 e i 18 anni a non aver provato la medesima esperienza. E anche come padre, in giro a portare il figlio a calcare i campi di calcio, quante volte ci sarà capitato di ammassare quasi fino all’inverosimile gli amici del figlio?

Sin qui un tratto di memoria storica, condita da un po’ di sana malinconia e da ricordi che si affastellano.

Il pensiero di questa scena surreale mi è balenato nella mente, anche se con ben diversi sentimenti,  nel sentire quanto accaduto in Cina, dove un pulmino da 7 posti è stato fermato dalla polizia locale ed è stato intimato a tutti di scendere. Una, due, dieci, venti.. cinquanta persone. Altro che sardine! Ma non erano calciatori romanticamente addossati, erano miseri lavoratori, uomini e donne; minute braccia, corpi mingherlini, figure smilze e senza parola, addossati senza dignità, senza rispettabilità e decenza. E tutto per ridurre al massimo i costi di trasporto, affinché chi deve ingrassarsi con la fatica degli altri inizi a farlo dal viaggio verso i campi di lavoro. Possiamo solo immaginare quanto poi riescano a lucrare i cinici caporali con gli occhi a mandorla sulle ore di fatica dei poveri malcapitati. Niente riposo, niente tutele, niente salario intero. Qualche misera moneta per non crepare di fame. Tanto, per uno che rinuncia, mille sono pronti a prendere il suo posto e a condizioni anche peggiori.

A rendere più triste il quadro è che le forze dell’ordine si sono limitate a notificare una semplice multa. Come a dire che queste cose vengono tollerate, rappresentano la regola, non l’eccezione, e che la multa è stata soltanto un palliativo nel paese dei controlli inesistenti a beneficio dei lavoratori.

Quel pulmino nel mio immaginario rappresenta l’ennesima prova che abbiamo sbagliato proprio tutto negli ultimi due secoli. Abbiamo mantenuto in piedi un mondo di ingiustizie sociali, di padroni e sottoposti, di cinici speculatori e di poveri diavoli. Abbiamo tollerato e tolleriamo che i più prepotenti possano soggiogare i più deboli e disporne a proprio piacimento.

Ma, ciò che non è chiaro a tutti, è che dove un diritto viene calpestato perdiamo tutti, non perde solo un sistema politico o economico, capitalista o del socialismo disumano che sia. La vera contraddizione in atto è quella di un mondo in cui i diritti come cittadini tendono ad essere progressivamente riconosciuti, ma quelli del lavoratore si restringono come fune al collo, sino al punto massimo, sino alla sua morte per asfissia.

Che equivale alla morte del genere umano.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *