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Il racconto / Birkenau

Il racconto / Birkenau

Birkenau
Accade facilmente,
a chi ha perso tutto,
di perdere se stesso.
(Primo Levi)

di Leonardo Guzzo

C’era ovunque fumo.
Un grumo onnipresente di fumo.
Aria satura di nulla.
Lo spazio si spandeva in orizzontale.
Un cielo basso e un correre infinito di binari.
Partenza e via, accelerazione iperbolica, da qui da ora a un orizzonte incerto, confuso nella nebbia. Due rette correvano parallele senza mai incontrarsi.
L’uomo imitava il verso dello spazio. Muoveva da qui all’orizzonte, di spalle, allontanandosi.
Sembrava piuttosto la sagoma di un uomo. Un manichino, disarticolato, spogliato e visibile in ogni giuntura, ogni plesso di muscoli, ogni trama di fibre.
Barcollava. C’era un’unica direzione in cui muoversi e ancora sembrava incerto.
Capannoni coperti di fuliggine formavano la gabbia. Sbarravano tre lati del suo spazio.
Ma l’uomo, la sagoma, tardava incomprensibilmente quell’unica scelta.
Procedeva lentissimo col peso delle ossa e della carne. La testa gli dondolava sul collo. Oscillava, una palla di vetro su un sostegno troppo fragile. Al primo movimento più brusco poteva caderne. Spezzarlo.
Forse per questo il manichino strascicava passi secolari. A lungo studiati, prima, e compiuti con grazia letargica.
Sollevava un piede, venti trenta centimetri dal fango, piegava il ginocchio, con uno scatto spostando il peso dalla gamba piantata a quella spinta più avanti, in esplorazione. Traballava, richiamava la gamba di dietro, si assestava nel nuovo equilibrio, sulla linea avanzata del passo.
Girava la testa, destra sinistra con estrema cautela. Un fremito, dalle spalle alle braccia, le mani vigili, pronte ad afferrarla se mai fosse caduta.
Volgeva lo sguardo ai capannoni anneriti di fuliggine. Temeva di perderli.
Non li avrebbe persi lui, in un secolo di passi dolorosi. Da sé, muovendosi dalla parte opposta, come una carovana felpata di panzer sarebbero svaniti. Un gioco di prestigio della nebbia.
Pregò che la compagnia dei capanni non finisse, mentre pian piano gli scorrevano ai lati. Pregò che lo spazio da lì all’orizzonte fosse davvero incolmabile, che il resto della sua vita passasse in quella fuliggine – bianco angelico ora – in quel sentimento appagante di sospensione.
Fece un passo incauto. Un piede alzato, il ginocchio flesso, il peso spostato da una gamba all’altra. Tirò avanti quella di richiamo.
Incespicò.
Il piede trascinato, nudo, teneva attaccata una zolla enorme di fango. Un ventre di melma strappato alla brughiera: tutta una colonna di detriti, strato dopo strato, fino al centro della terra.
Il supplemento di peso gravò sull’equilibrio e l’uomo crollò a terra. Le gambe s’incrociarono in una posa innaturale; la testa gli dondolò sul bastoncino del collo, la tenne a posto con le mani. Per contrasto alla gravità, un riflesso quasi inevitabile di quella manovra sul filo, la volse in alto.
La perse dietro al terzo (non doveva darsi) tra la straziante familiarità di quei luoghi e una sete di libertà per troppo elusa, che ora non bastava a se stessa.
Era solo spazio che si precisava in un lembo d’azzurro, nebbia sfrenata in nuvole.
Nemmeno si accorse di non potersi più rialzare.
Alzò la testa e vide il sogno che lo sollevava da ogni responsabilità. L’altra direzione, impossibile, verso cui voleva andare.

Da “laCittà” del 27/01/2017

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