Il racconto / È jazz

Il racconto / È jazz
di Enzo Capuano

jazzNella quiete di un pomeriggio, quasi passato, osservo il mare. Una vela bianca si muove, lenta verso l’orizzonte. Quiete.

Da lontano giunge il suono triste di un sassofono. È musica jazz.

Ripercorro i silenzi della mia gioventù. In essi ho imparato a crescere.

La mia mente non può non ricorrere Lei, così perdutamente lontana, ed il suo tempo, il tempo del mio vivere senza schemi. Cercavo, in terre lontane, l’impossibile. Trovai l’amore che spiega ogni cosa. Una donna nera ed il suo sassofono: giorni indimenticabili.

Ritornano, in un lento susseguirsi, immagini remote.
Scorrono piano, come le acque del Mississipi, che amavamo osservare nelle sere d’estate.

Giorni e notti lontane. La musica, ed il fiume. Il suo scorrere lento, sensazioni che si rincorrevano. Acque che raccontavano di terre sospese nel tempo, dei loro costumi, dei loro profumi, della musica.

La musica, la musica nera. Un lungo respiro: aria di jazz, New Orleans. La mia vita lì, un tempo… a cercare il sapore della libertà… ad imparare il suo significato profondo.

Bourbon Street, la Preservation Hall: ricordi limpidi. Sensazioni uniche. I canti dei neri d’Africa, i canti dei neri d’America e la loro lotta per la libertà. La musica giunge leggera, offre forti sensazioni. Jazz è costume, è storia.

Ci fu un tempo in cui i neri, arrivati dall’Africa, si ritrovarono lungo le rive del Mississipi a suonare e ballare con i loro tam tam, i canti corali: gli Spirituals. Era la fine del XIX secolo. Stava nascendo il jazz.

Ci fu un tempo in cui i neri del Sud Africa dovettero lottare per la loro libertà; era ieri, la fine del XX secolo.

Il pianista muove velocemente le dita, la musica mi trasporta in spazi lontani. I pensieri s’inseguono in una magica danza.

Mi ritorna in mente un libro, il più bello, letto negli ultimi anni, “Lungo cammino verso la libertà”. Nelson Mandela. “Non sono nato con la sete di libertà, sono nato libero…di correre nei campi vicino alla capanna di mia madre… di arrostire pannocchie sotto le stelle… Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un’illusione, che la vera libertà mi era stata già rubata, ho cominciato a sentirne la sete”.

La musica diventa dolcissima…la musica…ed il jazz si colora di rhythm and blues e di rock; e ci fu un tempo in cui il rock era sinonimo di libertà: Bob Marley, Bob Dylan, Tracy Chapman, Jerry Dammers. I suoni, le voci, i cori si fondono in un’unica melodia; lentamente si alza, forte, un canto: “Free Nelson Mandela”. Ventisette anni in prigione e poi…il sogno. Non esistono più confini, la pelle ha un unico colore, il colore della libertà.

Ed ora Madiba è lì, in alto, nel cielo.

Mi distendo sulla sabbia, ancora tiepida. Solo la quiete del silenzio riempie il mio animo, poi un disco gira lento. Chi canta è nero, è nato in Sudafrica.

La voce è pacata ma decisa: “Ho coltivato l’ideale di una società libera e democratica nella quale tutti possano vivere uniti in armonia, con uguali possibilità. E’ un ideale per il quale spero di vivere. Ma se dovesse rendersi necessario, per quest’ideale sarei disposto a morire”, inizia una nuova melodia… L’impossibile, si può.

Ritorno con la mente al presente, sulle rive del Mediterraneo.

Ascolto l’universo che mi circonda, vorrei porgergli mille domande. Resto muto, ad ascoltare il mare. Mi alzo, mi siedo su un masso. Le braccia  stringono le gambe.

La mente ripercorre strade impossibili, battute per lungo tempo.
Granello di terra spazzato dal vento, mi sento microscopica parte dell’universo.

Non ho più anima, sono piccola parte del paesaggio infinito. Ed il paesaggio mi osserva, distaccato, come altro da se, sospeso nel nulla, in un giornata muta.

Un uomo, silenzioso, nella notte. Seduto su un masso, volge le spalle al mondo. Rimane lì, a lungo, a pensare, con i gomiti sulle ginocchia; le palme delle mani premute sugli occhi ad oscurare l’orizzonte.

Ode il fragore del mare, il fruscio del vento, canti lontani che si perdono nel buio.
Sente l’odore dell’erba bagnata e poi di lavanda. A sprazzi il vento sommesso, trasporta il profumo dolce della camomilla.
Respira quietamente.
Nel buio degli occhi chiusi ritrova nuove immagini, perdute, frammenti di vita passata.

Allontana le mani dal volto, lo sguardo cerca il mare, il cielo e le sue stelle, la luna pallida. Osserva la linea dell’infinito, cerca la linea del tempo. E’ un uomo stanco, tanto stanco.

Prende una matita, un foglio e scrive: dettagli di vita.
Posa la matita, posa il foglio.

Ritorna accoccolato, con le mani che gli impediscono, nuovamente, lo sguardo. Aspetta il nuovo giorno. Avverte odori affabili, ode antichi canti. Riprende ad inseguire un sottile filo che lo mantenga in equilibrio tra sensazioni senza limiti e pensieri ponderati. Un vento leggero solleva la sabbia e trasporta con se il foglio e le sue parole, si perdono nel blu intenso del cielo.

L’uomo si alza, attraversa la strada e scompare oltre l’orizzonte lontano.
Il paesaggio rimane tacito, in attesa.

Qualcuno ritornerà, in silenzio, su quel masso, a cercare la luce delle stelle, ad ascoltare il mondo, a chiedersi perché.

Quanti massi ci sono sulla Terra e quanti uomini? e nell’Universo intero? ed in tutti i tempi dell’Universo?

Sento il mio cuore battere forte e poi quietarsi: mi riscopro ancora su quel maledetto masso, a chiedermi perché, a speculare.

Misteriosa natura, dannata follia, tempo e spazio troppo infiniti.
Silenzio. Cosmo aperto ai pensieri.

I ricordi mi riportano nuovamente lontano, a quella piccola, immensa donna nera che suonava con il suo sassofono un jazz insuperabile. Che il fato ha voluto, troppo presto, a suonare, tra le stelle. Alzo gli occhi al cielo e la vedo lì, luminosa che mi sorride.

Chiudo le palpebre e percepisco una musica dolce, leggera, lontana, la inseguo, è jazz.

redazioneIconfronti

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