Il racconto / Il vecchio, il pane e il rischio delle utopie

Il racconto / Il vecchio, il pane e il rischio delle utopie
di Roberto Ritondale *
Roberto Ritondale
Roberto Ritondale

«Lo vedi quel vecchio?»

«Lo vedo.»

«Ti abituerai presto alla sua presenza, viene qui quasi tutte le sere…»

«A scaldarsi o a mangiare?»

«A scaldarsi mangiando» brontolò Hernando.

 

Diego era al suo primo giorno di lavoro. L’ennesimo ragazzo in prova, di quelli che in media duravano soltanto una settimana. Ci vuole forza e passione per fare il cameriere, ci vuole salute pensava Hernando ogni volta che un giovanotto gettava la spugna. Oddio, quel Diego non gli sembrava esattamente un ragazzino di primo pelo. Doveva avere quasi trent’anni, o ne aveva venticinque portati male. Ma male davvero.

 

«Vado a prendere la comanda?»

«Non c’è bisogno, ragazzo. Oggi è martedì, e il martedì don Fabio mangia sempre una paella di verdura. Paella e un tozzo di pane.»

«Ma mangia sempre da solo?»

«Solo, come una boa dimenticata in mezzo al mare.»

 

Non fece in tempo a dirlo che un uomo di buon profumo, avvolto da un soprabito di ottima fattura, entrò nell’osteria. L’uomo si diresse senza esitazioni verso il tavolo al quale sedeva il vecchio.

 

«Sempre da solo, eh?» ironizzò Diego rivolgendosi a Hernando.

«Quasi sempre, ragazzo. Ma di tanto in tanto arriva qualcuno che vuol conoscere la storia dei pannelli.»

«Che storia è?»

«Più che una storia, una favola. La racconterà anche stasera, sicuro.»

«Sicuro com’è sicuro che mangia sempre da solo?»

«Origlia e taci.»

 

Diego si avvicinò al tavolo di don Fabio con la scusa di riporre le stoviglie in una credenza piazzata lì nei pressi.

 

«E dunque, don Fabio, lei avrebbe un’idea rivoluzionaria per ricavare l’energia dal sole.»

«Esatto, ingegnere. Mi creda…»

«Io le credo, perché non dovrei crederle?»

«Perché nessuno mi ha mai creduto.»

«E forse è stata questa, la sua fortuna…»

 

Don Fabio prese il pane e se lo portò alla bocca. Con l’altra mano si accarezzò incerto i capelli lunghi e bianchi che gli scendevano scomposti dinanzi a un paio di occhialini sbilenchi.

 

«L’idea di base è semplice, ingegnere. Semplice e buona come questo tozzo di pane.»

«Me ne parli. Sono qui per questo.»

«Sulla terra ci sono oltre venti milioni di chilometri quadrati di deserto.»

«Ventiquattro milioni, se si escludono i poli.»

«Davvero tanti, le pare? Secondo i miei calcoli, basterebbe coprire di pannelli solari l’un per cento di questa immensità, o anche meno, per rifornire di energia elettrica il mondo intero.»

«Lei sta parlando degli impianti fotovoltaici…»

«Della potenza di un megawatt ognuno, per l’esattezza.»

«Lei però sa, don Fabio, che un chilowattora ricavato dal petrolio costa tre volte meno di un chilowattora ricavato dall’energia solare.»

«E questo è il punto. Ho scoperto che c’è un’alternativa per le celle al silicio dei pannelli.»

«E poi servirebbero elettrodotti lunghi migliaia di chilometri per raggiungere le città a cui portare l’energia…»

«Ho studiato una soluzione anche per questo. »

«Mi permetta di dubitare, sarebbe la scoperta del secolo… A meno che lei non voglia svelarmelo, questo segreto.»

 

Il vecchio si lasciò scappare una risata. Rise proprio di gusto.

 

«Allora è vero!»

«È vero cosa?»

«Lo pensa anche lei che sono un vecchio rimbambito…»

«Non lo penso affatto.»

«Ma intanto mi tratta come se lo stesse pensando.»

«Ne è convinto?»

«Soltanto se io fossi un vecchio rimbambito svelerei a uno sconosciuto il frutto di vent’anni di lavoro.»

 

L’ingegnere si voltò verso il cameriere più giovane e lo chiamò. Ordinarono un antipasto di prosciutto crudo e una paella di verdura, insieme al vino della casa.

 

«E poi – continuò don Fabio – non so perché… ma ho la sensazione che lei sappia dell’incontro di domani.»

«Di quale incontro parla?»

«Lei si ostina a trattarmi come un vecchio stordito…»

«E va bene, giochiamo a carte scoperte. La compagnia di petrolio che rappresento – spiegò l’ingegnere – è interessata all’acquisto della sua invenzione, per evitare che finisca nelle mani sbagliate. Ovviamente, dopo averla valutata attentamente…»

«Passerebbe troppo tempo. All’improvviso ho scoperto di avere fretta. Secondo lei quanti anni mi restano da vivere?»

«Abbastanza da riempire il mondo di pannelli» sorrise bonario l’ingegnere, distendendo la pelle abbronzata del suo viso e versando dell’altro vino nei bicchieri.

 

Il cameriere giovane si avvicinò a quello più anziano.

 

«Grande, quel vecchio. Posso servirlo io?» domandò Diego a Hernando.

«Ragazzo, il vecchio è un abitudinario…»

«Solo per questa sera… ti prego, una sera soltanto.»

 

La cena fu consumata in fretta, servita con solerzia dal novizio. L’ingegnere della Hispanic Oil non riuscì a convincere don Fabio.

 

«Sa perché non cedo alle sue lusinghe?»

«Perché ha già raggiunto un accordo molto più conveniente, suppongo.»

«Supposizione maldestra. La spiegazione è in bella mostra nel museo del Prado.»

«Che c’entra il Prado, adesso?»

«C’è mai stato, al Prado?»

«Non trovo mai il tempo» allargò le braccia l’ingegnere.

«Allora non l’ha mai visto da vicino, il Saturno di Goya.»

«L’originale no, ma…»

«Ma non è la stessa cosa. Quel Saturno potrebbe aiutarla a capire il senso profondo della mia rinuncia.»

«Non colgo la metafora, immaginando che ce ne sia una.»

Don Fabio fissò in silenzio l’ingegnere. Non sa quanto è povero, questo signore profumato pieno di soldi, pensò il vecchio osservando con attenzione il suo orologio scintillante d’oro.

 

«Saturno, in quel quadro, mangia un corpo che gronda sangue. Un corpo mutilato. Poniamo che la sua compagnia petrolifera sia come quel Saturno…»

«Don Fabio, non mi dica che lei teme per la sua incolumità.»

«Non temo per me. Ho pena per il mondo, minacciato da Saturno famelici che infestano il pianeta e divorano i propri figli. La sua compagnia potrebbe aver deciso di comprare la mia idea semplicemente per insabbiarla, cancellarne ogni traccia. Per evitare che crolli il prezzo del petrolio.»

 

*  *  *

 

La cena la offrì l’ingegnere profumato. I due si salutarono con cordiale freddezza e appena fuori dal locale ognuno imboccò la propria strada.

Strade molto diverse.

Don Fabio si avviò verso plaza de España. Era più sporca di sempre. Lo rincuorò la bellezza del monumento dedicato a Cervantes. Un uomo entrato nella storia grazie alla sua utopia, rifletté il vecchio pensando a don Chisciotte. Poi alzò gli occhi verso la Torre di Madrid. La modernità che incombe sull’utopia, pronta a fagocitarla, pensò avvertendo una strana vertigine.

 

*  *  *

 

L’ingegnere profumato andò a sedersi al tavolo di un bar, in un altro angolo della città. Ordinò rhum.

 

«Il sole può far male. Può dare alla testa» disse alla persona che gli faceva compagnia.

«Per questo ha voluto incontrarmi in plaza del Sol, ingegnere? Per esorcizzare l’utopia del vecchio?»

«Il vecchio… ma sei sicuro di aver agito per il meglio?»

«Sicurissimo, ingegnere.»

«Io non l’ho visto star male.»

«Deve avere pazienza.»

«Sarò impaziente fino a quando non avrò notizie certe. Rassicuranti.»

«Ingegnere…»

«Cosa c’è, Diego?»

«Non mi chieda mai più di fingermi cameriere. Io sono nato per uccidere con la pistola. Il veleno è una vigliaccata buona soltanto per ammazzare i topi.»

«Quello che conta non è il mezzo utilizzato, è solo l’esecuzione della condanna a morte.»

«Ma perché l’avete condannato, quel povero vecchio?»

«Perché le utopie sono pericolose.»

«A volte aiutano a cambiare il mondo…»

«Appunto. Deve restare tutto così com’è.»

 

*  *  *

 

Due giorni dopo, Hernando volse lo sguardo verso Francisco, un nuovo giovane in prova tra i venti tavoli del ristorante.

Eccone un altro, pensò l’anziano servitore. Farà la fine di Diego: resisterà lo spazio di una notte. Perché per fare il cameriere ci vuole forza, ci vuole passione.

Sfogliò il giornale, diede un’occhiata alle notizie sul Paìs.

“Vecchio barbone trovato morto assiderato in plaza de España”.

Il morto congelato era don Fabio.

 

Era un gran vecchio, buono come il pane, pensò Hernando, che all’improvviso si sentì stanco, affaticato. Senza più forza, senza più passione. Prese l’ultima comanda, chiuse il locale e se ne andò per sempre.

 

roberto.ritondale@ansa.it

 

* Roberto Ritondale, giornalista, scrittore e poeta salernitano è redattore dell’Agenzia Ansa, presso la sede di Milano

(I Confronti-Le Cronache del salernitano)

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