Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il racconto / In classe per un bagno di luce

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di Pina Esposito
di Pina Esposito

scuolaRespiriamo aria di festa; siamo al ristorante dove lavora Assad che ci ha fatto un’accoglienza con i fiocchi.

Un lungo tavolo preparato con cura ci vede riuniti insieme a molti dei nostri professori: c’è il tizio finto burbero dai capelli arruffati che quando spiega si “impappina”; c’è l’altro, un bamboccione che ci teniamo buono per l’esame, visto che insieme all’altro prof, lo spilungone allampanato, sarà uno dei nostri tre membri interni.

Con l’altra docente (francese) non abbiamo problemi, fa la dura per finta, ma sappiamo che poi ci darà una mano. Poi ci sono gli altri docenti (non ci sono tutti; peggio per loro). Abbiamo l’aria sfatta, vuoi per il caldo asfissiante, vuoi per la fatica che è costata la chiusura di un anno scolastico pesante. Noi ragazzi abbiamo una bella agitazione addosso, ma ci mostriamo contenti: gli insegnanti ci coccolano, ci prendono in giro; noi approfittiamo del clima confidenziale e non risparmiamo gli appelli agli aiuti che, quasi, invochiamo senza vergogna.

Non a caso, strategicamente, abbiamo piazzato il pranzo giusto il giorno prima degli scrutini, loro l’hanno capito e ci hanno fatto su tante battute. In verità, non tutti sono spiritosi; vedi, ad esempio, quella megera dagli occhi spiritati che  ha rifilato, per un anno intero, alla maggioranza di noi, una serie infinita di tre e, come se non bastasse, ancora ora lancia verso due miei amici, i suoi strali: vi porto con tre all’ammissione, non scherziamo proprio, vi porto con tre.

Maledetta Mortisia, tutta pelle ed ossa, ma và a…  Ci guardiamo rapidi fra noi e sappiamo di pensare la stessa cosa. Intanto è rientrata la prof di Lettere che, da buona battutista qual è, ne spara alcune delle sue, stemperando la tensione.

Calmate le acque, senza retorica, senza perdere il sorriso che ci cattura, ci annuncia che ci dobbiamo sorbire, prima di mangiare, la poesia (lei è fissata con le poesie…) che ha dedicato ad ognuno di noi, che ritiene suoi cucciolotti (dice proprio così).

Inizia in ordine alfabetico; non vi dico: ci pitta; insomma, in pochi versi, mette in luce il meglio e il peggio che vi è in ognuno di noi. Ci sta fregando; in pratica abbiamo tutti gli occhi bagnati; io ho persino un nodo alla gola.

Sono più che sicuro che non piangerò; invece, quando arriviamo alla fine, alla lettera “s” che è l’iniziale del cognome di Antonio che non è venuto al pranzo finale, non ce la faccio più ed inizio a piangere.

Contagio anche il resto della compagnia; la prof procede nella lettura e poi piange anche lei.

Quando la festa è finita, dopo i bagordi che ci siamo concessi andando in più di un bar per concludere in bellezza quest’ultimo giorno che ci vede uniti, tornato a casa, la prima cosa che ho fatto, è stata la ricerca di un testo che elaborai agli inizi di questo anno al tramonto. Un testo per Antonio che oggi non c’era, tenuto in ostaggio, ancora una volta, dalla pochezza di spirito dei suoi genitori. Ve lo lascio leggere, così capite cosa ha significato per me, per noi la scuola e, soprattutto, capite chi è Antonio, il nostro “bambinone”…. Ah, dimenticavo, io sono Nick e per qualche docente, sono il più fesso di tutta la classe.

Hanno pensato questo di me, forse anche per colpa della mia fissa: tenermi sempre un berretto ficcato in testa. Ne ho cambiati diversi, tutti dai colori sgargianti, girati all’ indietro, con la visiera all’ingiù. Non li ho mai tolti, resistendo alle note, ai rimproveri ed alle sfuriate. Alla fine, dunque, non mi sono piegato.

Ma, se arrivate, in fondo alla storia, forse lo capirete voi di che pasta è fatto il mio cuore.

Questo che leggete è la testimonianza di un episodio che, per me vale molto: più di cento lezioni che non scaldano il cuore, più di tante chiacchiere che non catturano nemmeno un po’ di attenzione.

Perciò ve l’affido, augurandomi che possa piacervi. È il ritorno al passato, a quando, in pratica, l’anno era appena iniziato. Il testo l’ho scritto su richiesta volontaria che la docente ci ha fatto, per non dimenticare la rotta che inseguimmo da quel giorno, che fu il primo giorno di scuola di un settembre troppo caldo ancora e che ci richiamava ai pensieri estivi che ci scalciavano in petto con l’urgenza impetuosa della nostra giovinezza.

Dunque, aula soleggiata e affollata al secondo piano del nostro Istituto, brusio nei corridoi, ciabattio dei bidelli, qualche corsa di scalmanati che, da veri cretini, urlando vanno a franare contro i muri.

La campanella che suona segna l’inizio della terza ora. Mamma mia che tortura. Il sole continua a picchiare, colpisce l’asfalto che evapora sui vetri salendo dal cortile,come evaporano anche i nostri pensieri. Io ho la testa vuota e pesante: ho sonno e mi scoccio da morire. Siamo una ventina, proveniamo quasi tutti dall’agro nocerino-sarnese, territorio  a forte vocazione agricola, su cui hanno sudato e sudano ancora  tanti “zappaturi” che, negli ultimi anni, però, hanno cambiato in buona parte colore della pelle.

Molti fra loro, sono i cosiddetti “niri,” che fanno il grosso della fatica che una volta facevano i nostri nonni. A noi, invece, ci è stato dato il beneficio di studiare (compreso quello della disoccupazione); mio nonno, che fa il contadino pure se ha ottant’anni, mi dice sempre: guagliò studia che a zapp è pesante.

Solo in pochi già ci conosciamo: proveniamo da classi diverse e ci sentiamo spaesati; perciò ci siamo seduti nei banchi con una certa attenzione, per guadagnare il posto giusto, quello da dividere con un vecchio amico che già conosciamo.

In classe c’è una strana atmosfera; non siamo ancora un gruppo, ma singolarità alquanto naufraghe.

Aspettiamo l’arrivo della nuova docente di Italiano, la stessa che ci “farà” anche storia. A voce alta dico:

– Speriamo che non viene una brutta disgraziata

Ha fatto in tempo a sentire, io sprofondo di vergogna, lei,invece, si mette a ridere e mi dice di stare tranquillo, aggiungendo che non avevo detto niente di male. Ci guarda serena, a me sembra scrutarci nel cuore più che nel viso. Tutti, tranne uno, siamo suoi nuovi alunni: lui si chiama Antonio ed è un ragazzo diversamente abile.

È solo, al primo banco. Ha un viso dolce, gli occhi belanti, verdi, di un verde stranamente opaco; ha un filo di barba diffuso sul mento, come erba rada su di un prato spelacchiato. Emette suoni che sono singulti di voce: non ha parole, non pronuncia frasi; sussurra, farfuglia sillabe che non riusciamo a capire; lui lo sa e prova vergogna.

Si fa compagnia con un piccolo fuscello di paglia che tiene sempre stretto in mano e qualche volta si porta alla bocca, serrando ben strette le labbra.

L’insegnante, dopo aver dato un lungo abbraccio ad Antonio, fa l’appello inciampando su alcuni nomi stranieri che fa fatica a pronunciare.

Ridiamo con lei che poi ripete e scandisce quei nomi difficili, facendosi aiutare da loro, gli studenti stranieri.

La prof, inizia a parlare; si presenta, ci fa capire come intende lavorare con noi, ci coinvolge nelle “finalità”, come lei dice, delle sue discipline, ci accenna i programmi da svolgere, ci sottolinea l’importanza dell’impegno ed altre cose ancora.

Poi all’improvviso, dopo tante parole, si ferma. Fa una brevissima pausa e guardandoci fissi, ci dice con tono fermo e deciso che Antonio non va lasciato solo, lì al primo banco, dove si trova.

C’è stato un attimo che è sembrato eterno. Qualcuno di noi ha guardato la punta delle sue scarpe, abbassando lo sguardo; qualche altro sembrava quasi volersi nascondere.

Lui, Antonio, come un cucciolo impaurito, aspetta e non smette di fissare la prof che, intanto, gira con lo sguardo di banco in banco, parlandoci con  gli occhi sicuri. Dopo istanti che a me sono parsi eterni, sento la sua voce vibrante, intimarci di non perdere nemmeno un minuto, lasciando, così, Antonio da solo.

Uno di noi,finalmente,ha capito l’urgenza che c’era in quelle parole e non ha perso più tempo.

– Vado io – ha quasi gridato Meruen, lo straniero gentile dell’ultima fila.

Bene gli fa la docente e poi, sottolineando alla classe questo bel gesto, ci dice : «Avete visto? È bastata una parola…»

Ecco, è bastata una parola per far nascere una scintilla, un piccolo fuoco d’amore.

Il giorno dopo abbiamo discusso di altre cose, ma molti di noi avevano già capito quello che dovevamo fare, cioè fare a turno, per far compagnia ad Antonio. Da piccoli gesti scaturiscono, a volte, delle belle opportunità.

Lo abbiamo capito ed in qualche modo ci stiamo avviando all’accoglienza dell’altro, del diverso da noi; se lo sappiamo fare in classe, lo sapremo fare anche nella vita di tutti i giorni.

È passata la prima settimana e poi è venuto il momento in cui abbiamo deciso di avviare questo lavoro che è la prima pietra di un percorso che vogliamo costruire. Siamo partiti, dunque, dalla realtà del nostro gruppo, da un caso umano, da una situazione di sofferenza di un nostro compagno a cui dobbiamo dare un’attenzione particolare. Il primo che ha colto il segnale è stato Meruen, un ragazzo di colore, nato in Italia da genitori tunisini. Porta nel crespo dei capelli l’antico sudore degli avi, dei deportati schiavi: l’ha detto la prof e questa frase, per me, è stata una scudisciata.

La sua faccia color cioccolata ci piace: è dello stesso colore di tanti altri che vivono da noi la loro nuova esistenza. Con quel suo gesto, Meruen ci ha fatto capire una cosa: le diversità, quando si addizionano, danno un buon risultato.

Il “diverso” che si siede vicino ad un altro “diverso” ci dice tante cose. Ci dice che dobbiamo buttare via le barriere che sono ancora presenti nella nostra società malata; le tratteniamo spesso dentro di noi, anche se facciamo finta che non sia, per nulla, vero. L’insegnante ci sta facendo capire delle cose importanti, ma ci stiamo anche scontrando; sbattiamo come onde indecise contro gli scogli dei pregiudizi che sono proprio duri a morire.

In fondo ci dichiariamo pronti ad accogliere le altre culture, le altre razze, le altre religioni, ma sappiamo ancora fare tanto male. Ci sono ancora, nonostante la cultura diffusa dell’integrazione che vuole contrastare ogni forma di razzismo, episodi di violenza e di sfruttamento che, da soli, sono il segno di tanta terribile ipocrisia.

Io sento, mentre la prof parla,scoppiarmi dentro la voglia di fuga; troppe volte ho buttato in faccia, al diverso da me, come una lama tagliente, la mia indifferenza. Tremo, ma mi sto mettendo in discussione. Ho capito che l’insegnante non demorde e ci sta lanciando una bella sfida: l’ha dichiarato con determinazione.

Lavoreremo per capire più a fondo il valore dell’accoglienza e dell’integrazione, così saremo più vicini a Meruen o ad Alexander e agli altri stranieri del nostro Istituto e a quelli che incontriamo per strada.

Ha detto che dobbiamo anche capire meglio la morte nei nostri mari, con i barconi rovesciati fra le urla, dei tanti disperati in fuga.

Cosa spinge, ci ha chiesto, i popoli ad andare altrove, lontano dalle loro terre, dalle loro radici, sfidando la sorte, affrontando sventure, portandosi dietro il bagaglio dei loro dolori, con la speranza nel cuore, di vivere giorni nuovi e diversi? Ponetevi questa domanda ci ha ripetuto per tre volte di seguito, non dimenticate.

Ci ha detto che dobbiamo imparare a rispettare il loro destino e, segnare nel cuore una croce, per chi, al posto di un nuovo futuro, invece muore.

Mi ha scosso, ci sta prendendo a schiaffi senza darcene, ci sta tirando per i capelli, strattonandoci l’anima.

Ci sta sfinendo, ma si vede che ci mette il sangue e il cuore; all’inizio, ho pensato che ci stava facendo una predica; poi, pian piano ho sentito che ondeggiavo su mille emozioni.

Noi che apparteniamo alla generazione dei “nativi digitali”, sommersi nel liquido della società globale, viviamo le difficoltà del nostro tempo corrotto, tempo che sembra non avere più speranze.

Quante volte mi sono chiuso a riccio, a difendere il poco che potevo difendere? Perciò, visto che mi sento pungere dentro, ho zittito con rabbia l’amico che, all’improvviso, ha gridato dal fondo dell’aula che “questi” se ne devono andare via, tornarsene nel loro Paese, che “ca già  stamme nguiaiat  pe fatt nuost”.

Chi ha gridato, aveva lo sguardo contratto e la mascella fremente. Qualcuno lo ha appoggiato e si è udita anche questa voce che avanzava le stesse pretese.

È stato allora che la nostra insegnante ha deciso che non ci dovevamo fermare, ma andare avanti per mettere su pensieri diversi, più consapevoli, più elaborati. Ha detto che dovevamo provare ad entrare nella loro pelle, nei panni di quelli che ancora qualcuno ritiene nostri nemici,di quelli che vogliamo mandar via.

Provate ci ha detto ad essere Antonio, Meruen, Assad, Alexander, a guardare il mondo con i loro occhi, a mangiare con la stessa bocca, ad entrare, come palombari, nelle ombre dei loro pensieri, nella tenebre del loro sgomento. È partito l’applauso di Antonio che ha scatenato, subito, l’applauso degli altri.

I ribelli di prima si sono alzati e, avvicinandosi agli “stranieri”, hanno battuto il “cinque”, ripetendo la mossa anche alla prof che ha ricambiato, come si usa fare fra amici. Siamo, da allora, diventato un gruppo solidale e da veri amici siamo andati avanti sapendoci rispettare ed amare.

Ora, credo che si capisca perché ho pianto, come vi dicevo prima. Ho pianto perché, con il tempo, sono riuscito ad entrare nella pelle di Antonio che non potrà mai essere felice; ho pianto perché ho imparato a bagnarmi del sudore degli altri, assaporandone tutto, proprio tutto il sale. Ora so che il dolore può essere un bagno di luce; so che, se un giorno avrò un figlio, mi impegnerò fino a quando anche lui possa capire cosa sia  farsi un bel bagno di luce.

 

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