Il racconto / La gelida badante venuta dall’Est

Il racconto / La gelida badante venuta dall’Est
di Anna Manzi
Anna Manzi
Anna Manzi

“Con questa che arriverà – ed è la settima badante di mio padre – voglio essere chiaro fin dal principio visto che le precedenti hanno tutte, indistintamente, concentrato le loro attenzioni su di me con un preciso obiettivo” – sbottò Luigi rivolgendosi a Lina ed aggiunse: “Io non ho bisogno di una badante ma di una moglie e, poiché tra poco ci sposeremo, voglio che ciò le sia chiaro in maniera da evitare equivoci”.
Luigi era un uomo di bell’aspetto, dai modi cordiali, con un carattere solare, quindi ben disposto ai rapporti con i conoscenti ai quali offriva piccoli aiuti relativamente alle proprie competenze professionali.
Il Natale era da poco trascorso e si andava spegnendo l’eco della festa. Il freddo pungente invitava alla sosta accanto al camino dove il ceppo bruciava propagando calore e schioppettava illuminando l’antica credenza, ravvivandone ed evidenziandone gli utensili, le piccole cose appartenute alla famiglia. Sul tavolo, il vassoio con il tè al limone ed i biscotti: dalla bevanda ancora bollente si levava un leggero vapore che inebriava la stanza della fragranza del limone che Lina aveva da poco raccolto dal maestoso albero che abbracciava la facciata della casa.
Ludmilla arrivò sotto la pioggia battente, abbottonata nel suo montone, visibilmente a disagio per il primo impatto ma pronta ad iniziare il nuovo lavoro che l’aspettava con don Pasquale, uomo semplice, di buon cuore, con tanti acciacchi ma ancora autoritario ed incline ad un certo egoismo, elementi caratteriali che avevano contrassegnato i suoi rapporti con i familiari.
Dopo avere illustrato alla nuova badante, con la pignoleria caratteristica del suo temperamento, l’andamento della conduzione familiare ed avere elencato le patologie del padre, Luigi proseguì con dettagliate note informative sulla sua vita, in particolare sul progetto del matrimonio a breve termine in maniera da non lasciare spazio ad illusioni.
“Io sono qui solo per occuparmi del signor Pasquale e per assolvere alle faccende domestiche. Di te e della tua compagna non devo interessarmi, puoi stare tranquillo” – disse la donna, rispondendo a Luigi che si era prolungato in una lunga dissertazione a difesa della sua privacy.
Le regole erano state stabilite, gli accordi economici puntualizzati con precisione matematica.
Ora, Ludmilla si era calata nel suo ruolo. Sempre in ordine, trucco raffinato che illuminava il volto diafano, abbigliamento scelto con cura, maniere garbate con le persone della casa, meno cortesi con i parenti e gli amici che si recavano a fare visita a don Pasquale.
Luigi, ossessionato dal timore di perdere anche l’ennesima badante, iniziò ad assecondare Ludmilla in tutte le sue esigenze e richieste, anche quelle inespresse pur di renderle facile la permanenza, consapevole com’era che il paese offriva pochi svaghi ed insufficienti servizi per cui le badanti preferivano lavorare in città o in centri più grandi per godere di maggiori possibilità di svago nei giorni liberi ed anche per aggregarsi a colleghe straniere a servizio presso altre famiglie.
“È circa un mese che non ci vediamo” – constatò Luigi durante una conversazione telefonica con Lina, la quale, innamorata com’era del suo compagno e felice per la rinascita che questo rapporto le aveva regalato, attendeva con pazienza e con comprensione il giorno in cui si sarebbero rivisti.
“La badante, pur molto garbata e disponibile, fa fatica a gestire la casa e, poiché non ancora mi fido, devo supportarla ancora per un po’, soprattutto mentre acquista competenza e sicurezza per somministrare i farmaci a mio padre” – aggiunse Luigi.
Lina, comprensiva e dolce, consapevole di questi impedimenti, raggiungeva Luigi ogni volta che aveva un pomeriggio libero oppure di domenica quando, dopo la partecipazione alla Messa ed il pranzo festivo con i familiari, saliva in paese per raggiungerlo, spinta da un entusiasmo giovanile ed animata e rincuorata dalla certezza che presto, con il matrimonio, avrebbero realizzato il desiderio di vivere insieme condividendo emozioni, gioie, preoccupazioni, problemi.
Lina, estremamente fragile e sensibile, viveva con struggente sofferenza l’assenza di Luigi. Si era, infatti, abituata ad una presenza assidua del suo compagno, cosa che le dava un senso di protezione e la gratificava, facendole apparire meno gravose le incombenze quotidiane. Spesso, nei mesi addietro, cenavano insieme, guardavano dei film alla televisione, si scambiavano opinioni confrontandosi su casi di cronaca, di politica e di attualità nonché sulle vicende personali cercando insieme di escogitare soluzioni.
Lina aveva un’unica opportunità per alleviare la noia della lontananza: comunicare con il compagno telefonicamente. Luigi, con la presenza di Ludmilla, appariva maggiormente calato nelle responsabilità familiari fatte di imprevisti di ogni genere e di necessità ed urgenze.
Spesso, a telefono rispondeva Ludmilla. Con voce sommessa, in un italiano stentato, si limitava a dire: “Luigi non è in casa, non so dov’è”. E, Lina, con educazione e cortesia: “Signora, al rientro mi fa chiamare? Sono la compagna”.
E lei: “Non ha la compagna Luigi. Io non capisco”.
Luigi riprese a recarsi ogni tanto da Lina nei ritagli di tempo o al ritorno dall’ufficio. Gli incontri erano sempre frettolosi. Un tè insieme, quattro chiacchiere. Poi, il sopraggiungere di un impegno, l’appuntamento già prenotato per una visita medica, un lavoro in campagna organizzato all’ultimo momento inducevano Luigi a rientrare.
“Non appena avrò sistemato le tante situazioni che mi vedono responsabile in prima persona, potremo stare di più insieme ma, soprattutto in maniera più spensierata” – era solito ripetere a Lina al momento di congedarsi da lei.
La vita in campagna era l’hobby preferito di Luigi e vi si dedicava totalmente nelle ore libere dal lavoro di ufficio. Nelle sue tenute trascorreva a volte intere giornate a controllare gli operai che potavano, zappavano, facevano innesti agli alberi da frutta, collaborando in prima persona con attaccamento e dedizione, fiducioso ed orgoglioso di raccogliere i frutti di tanto lavoro.
Anche Lina amava la natura ed attendeva con gioia la passeggiata domenicale nei poderi di Luigi. Si divertiva a raccogliere gli ortaggi, la frutta di stagione, le primizie che, d’altra parte, il compagno le offriva ad ampie mani con piacere e con soddisfazione.
Nel periodo estivo Lina si perdeva nel tripudio dei colori che sfumavano dal giallo prorompente dei limoneti a spalliera al rosso vivo dei pomodori. Profumi e sapori che, a seconda delle stagioni, offrivano i doni della natura generosa raggiungendo il culmine della musicalità nelle sfumature del sottobosco autunnale e attraverso i sapori che racchiudevano il presagio dell’inverno.
“Sono contento di fare omaggio dei prodotti di mia produzione agli amici ed ai colleghi. Ogni dieci giorni invio perfino in Ucraina ortaggi, frutta e beni di ogni genere ai familiari di Ludmilla” –diceva spesso Luigi a Lina evidenziando il proprio altruismo. Luigi, infatti, si riconosceva uno spirito francescano e dimostrava sensibilità nei confronti della badante ucraina che, a suo parere, doveva soffrire per la lontananza dalla casa, dagli affetti e dal proprio ambiente.
Per Luigi, sebbene igienista, rigoroso osservante di ferree regole alimentari ed ormai abituato ad uno stile di vita sobrio ed equilibrato, iniziarono i primi, seri problemi di salute.
Lina, preoccupata, dispensava al compagno premure e dedizione che le sgorgavano dall’animo buono, altruista e dall’amore sincero che provava nei suoi confronti. Avrebbe affrontato qualunque sacrificio pur di stargli accanto.
Impensierita, una mattina prese l’auto e, percorrendo la strada di montagna sotto una pioggia incessante, si recò da Luigi.
“Sono venuta per tenerti compagnia ma anche per offrire la mia collaborazione a Ludmilla che avrà tanto da lavorare ora che tu non stai bene. Potrei anche occuparmi delle commissioni esterne in maniera che tu possa sentirti tranquillo”.
Nessuna risposta da parte di Luigi il quale, disteso a letto, ascoltava la Messa domenicale trasmessa dalla televisione.
Lina rientrò a casa. Era davanti alla porta, stava cercando le chiavi in borsa quando squillò il cellulare. Si affrettò a rispondere. Una parente di Luigi, scusandosi per aver disturbato, la pregava di non recarsi più dal compagno né tantomeno di telefonargli perché la badante, dopo la sua visita, aveva minacciato di andare via lasciando loro in grave difficoltà.
Lina visse mesi di angoscia e di dolore. Non poté comunicare in nessun modo con Luigi. Si informava della sua salute da amici comuni. L’amore per il compagno, quel sentimento che l’aveva fatta rifiorire e le aveva restituito il suo essere donna, divampava in tutta se stessa e le impediva di razionalizzare quanto le stava accadendo.
Passarono alcuni mesi. Luigi superò la malattia e telefonò a Lina. Le spiegò che Ludmilla lo aveva accudito e curato con efficienza e dedizione, in maniera perfetta ed esemplare e che, a causa della convalescenza che si protraeva, la presenza della signora in casa si rendeva indispensabile nonostante don Pasquale fosse morto da un po’.
“Non capisco” – disse Lina – “per quale motivo la tua badante possa odiarmi tanto da impedirmi di frequentare casa tua. Sono io la tua compagna. Il suo ruolo è diverso per cui non dovrebbe entrare nel tuo privato procurandomi una sofferenza continua ed enormi umiliazioni”.
Ed aggiunse: “Anzi io e lei potremmo diventare amiche e scambiarci aiuto reciproco. Sono disponibile a fare il primo passo in tal senso considerato che io ho più strumenti per riuscirci”.
Luigi cercò di spiegare a Lina che Ludmilla provava gelosia nei suoi confronti, un atteggiamento, a suo parere, comune a tutte le donne, ma che il suo ruolo continuava ad essere solo ed esclusivamente quello dell’infermiera e della collaboratrice domestica, mansioni queste che svolgeva in modo ineccepibile.
Lina da quel momento capì che doveva vivere il rapporto con Luigi occultandolo alla badante, alla donna di ghiaccio venuta dall’Est che era riuscita ad insinuarsi silenziosamente ma con fare determinato nella vita dell’uomo fino a sconvolgerla. Oppure, le rimaneva l’alternativa di chiudere la relazione ma sapeva bene che, anche sforzandosi, non ce l’avrebbe fatta.
L’estate volgeva alla fine. L’ultimo sole infuocava strade ed angoli della città quando, dopo tanti mesi, Lina e Luigi programmarono di incontrarsi al centro cittadino. Seduti al tavolino di un bar del corso, i due parlarono a lungo sorseggiando una bevanda, senza accorgersi del tempo che scorreva veloce.
Lina, felice dell’incontro con l’uomo al quale dedicava i suoi pensieri, le sue ansie, le aspettative, ribadì, forse per l’ennesima volta, che quel tipo di rapporto non le arrecava più soddisfazione ma le dava una sofferenza profonda.
“Quanto rimpiango i tempi in cui eravamo sempre insieme ed eri partecipe della mia vita in una condivisione che mi dava appagamento” – disse Lina a Luigi che rifuggiva dal dare risposte concrete.
Quanto soffriva Lina!
“Questa volta preferirei rimanere seduto a chiacchierare invece di passeggiare. Ti dispiace?” –disse Luigi. I due erano soliti fare delle lunghissime passeggiate sul lungomare.
Lina, comprensiva, accettò anche perché intuiva che Luigi era ancora debole a causa della malattia e della lunga convalescenza.
Quando si salutarono, Luigi tranquillizzò la compagna promettendole che si sarebbero visti più spesso perché ormai il suo stato di salute non poteva che migliorare.
L’autunno intanto avanzava diffondendo nell’aria l’odore delle castagne, del mosto ed una vaga atmosfera natalizia che rimandava Lina ai ricordi delle feste intessute di tradizioni che avevano trascorso insieme con tanta partecipazione.
Una mattina, al risveglio, Lina andò alla finestra e, sforzandosi di allontanare dalla mente i pensieri tristi che la rendevano cupa e depressa, incominciò ad osservare le nuvole che si rincorrevano e nella loro danza liberavano squarci di azzurro. Il telefono squillava e Lina, presa dalla contemplazione del paesaggio, tardava a rispondere. Poi, si affrettò a prendere la cornetta. Era Luigi.
“Mi trovo di nuovo in ospedale. Ci tenevo a dirti di non venire perché Ludmilla non vuole vederti e, come puoi immaginare, in questa situazione il suo aiuto mi è indispensabile”.
“Ma io che posso fare? Come farò ad avere notizie sulla tua salute?” – replicò Lina.
E Luigi, di rimando:”Ti chiamerò io ogni giorno quando Ludmilla non è qui”.
Iniziò così il logorante calvario di Luigi alle prese con il cancro e, quindi i viaggi della speranza verso il nord, le chemio, lo sconforto, l’annientamento di sé, l’affidamento alla preghiera.
I due si sentivano telefonicamente e, quando, per alcuni giorni il telefono rimaneva muto, Lina sprofondava nell’ansia e nella disperazione.
Quanto pregava. Pregava e attendeva!
Passarono i giorni, tanti. Nessuna notizia!
Lina pensò di fare un giro in città per distendere la mente e per dedicarsi ad alcune commissioni che da tempo aveva rinviato. All’improvviso, sentì prepotente il bisogno di entrare in chiesa e ne stava varcando la soglia. Il suo sguardo si soffermò, come al solito, sulla bacheca delle affissioni funebri. Incredula e sbigottita, si ritrovò davanti agli occhi il necrologio che annunziava la morte di Luigi.
Lina si sforzava di leggere il manifesto ma non riusciva a reggersi in piedi, era in preda a una crisi di panico. Quando si riprese, radunò tutte le sue forze sfinite e cercò di leggere. “Ne dà il triste annunzio la moglie Ludmilla…” Si, Luigi l’aveva sposata il giorno prima, in ospedale, quando ormai era svanita anche la più debole speranza di guarigione.
Ludmilla era diventata l’erede universale di un considerevole patrimonio.
Il corteo funebre attraversava le strade del paese sotto un cielo immoto, accompagnato da un silenzio scandito da note di indifferenza e di disapprovazione. I compaesani, al passaggio del feretro, si ritraevano chiudendosi alle spalle l’uscio di casa.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *