Il racconto / La solitudine avvolse Lia nel suo mantello

Il racconto / La solitudine avvolse Lia nel suo mantello
di Pina Esposito *

Tesina-su-folliaIl materasso a terra, un armadio rotto, barcollante, un comodino su cui, qualche volta, si poggia la debole luce che filtra da una finestrella con le sbarre, uguale a quelle delle carceri: qui dorme Lia.

Quando è sveglia passa la giornata in un bugigattolo dove è sistemata la cucina; fa pochi gradini per accedervi dalla camera da letto dove sono accucciate le sue ombre. La sua abitazione include un’altra camera che era quella da letto dei suoi genitori morti tanti anni fa che Lia neppure più se ne ricorda.

Lì sopra vi si arriva tramite nove gradini, ma nessuno vi è più salito da quando vi fu la loro dipartita

I vicini ricordano ancora la difficoltà con cui furono calate le bare dai quattro uomini dell’impresa funebre, che sudarono come turchi per scendere da quella scalinata, quando, a distanza ravvicinata appunto, morirono i due congiunti.

Prima capitò alla moglie, poi al marito e Lia finì con l’essere orfana, rimanendo sola.

La madre, donna esemplare, operaia sin da bambina, non smise di lavorare nemmeno per un’ora della sua pur breve vita.

La gente si ricorda del suo vestito da morta, blu a piccoli pois bianchi come il colletto di finto merletto, lo stesso che indossò in ogni stagione, quando di domenica si concedeva l’unico lusso che aveva: andare a sentir messa.

Non aveva ancora quarant’anni quando le si schiantò il cuore. Era bella nel letto di morte, anche se il bianco di cera spalmato sul viso le sottraeva quel velo di luce che, nonostante il patire, portava negli occhi come un dono di Dio. Pareva Santa Rita, così si diceva, e tutti la piansero quando la seppellirono.

Venne poi la volta del marito, uno scansa fatiche; aveva la pelle di un indiano, le gambe rachitiche ed era pelato. Passava il suo tempo a fare il guardone disturbando le donne del vicinato; amava bere e morì alcolizzato.

Al funerale non lo pianse nessuno e, quelle poche persone che c’erano, stavano lì per sostenere Lia, ragazza, da poco diventata “signorina”.

La porta di quella camera, da allora, si serrò e non fu aperta mai più.

Qui si annidano, dunque, i fantasmi di un tempo che non fu mai felice e vi sostano ragnatele sospese in ogni angolo, fluttuando, povere silenziose lucciole, nel nulla.

La casa di Lia immaginatela sghemba come un disegno storto di un bambino; si arrampica su tre livelli; quello inferiore è scuro e, come il ventre della balena di Pinocchio, contiene cianfrusaglie sparse in un disordine assurdo.

L’abitazione sguscia nella penombra di un cortile umido dai muri antichi e scrostati, dove si aprono due archi che danno su altre abitazioni per lo più disabitate. In passato vi scorreva la vita, c’erano le galline libere, la stalla, il buon odore del forno che ammorbidiva il tanfo dell’acqua stagnante. C’erano le donne affaccendate e tanti bambini impegnati in giochi poveri e allegri; c’erano i vecchi seduti a fumare la pipa; si batteva la paglia o il grano, si essiccava il tabacco e vedevi, stesi ad asciugarsi e a profumarsi di sole, i pomodori tagliati a spicchi sottili. Una tale comunità fu, per un certo periodo, il nido sicuro di Lia.

Poi le cose cambiarono: a poco a poco si fece il vuoto intorno alla giovane, diventata ormai donna, che sempre di più somigliava al padre; si abituò ad oziare, dimenticando ciò che aveva fatto crescendo, ossia lavorare e darsi da fare.

***

Lia, ora ha cinquant’anni e da qui non è andata mai via. Ha lo stesso viso di quando era piccola; solo gli occhi di rana sono cambiati, attraversati da una fissità da invasata. Non ha rughe e ciò sembra strano; i capelli arruffati, certo, sono diventati più radi; la fronte è la stessa di sempre, bombata, spianata, e la pelle ha ancora quel colorito giallo così strano.

Non è più in pace con nessuno e lo ripete con quella sua voce stridula a chiunque incontri per strada. Purtroppo, la sua mente è perduta.

Dice che sente le voci, un intero paese lo sa e fa finta di niente, tirando a campare, ognuno inseguendo la propria strada.

Parla da sola Lia, parla alle sue mura scalcagnate, parla alla televisione rotta e che non funziona più da un secolo, parla al suo cucinino che accende di rado, parla al tavolo dal piede zoppo.

Si alza, siede e cammina fra quelle mura che le cadono addosso; qualche volta sosta sullo sgabello dietro la porta e si porta le mani alle orecchie, ma voci terribili, implacabili, la penetrano, la sfiniscono, non la smettono mai. Sono il suo tarlo al cervello, la sua bara.

Quando giunge allo spasmo, inizia a lanciare una raffica di parole sconce: le scaglia con la voce metallica contro gli invisibili esseri che la denigrano, la torturano e la fanno schiava.

La tregua la cerca e non la trova tranne che in due occasioni: quando va in chiesa a sentire la messa e quando le giunge la pace con la morte del sonno.

Nella prima situazione Lia recita le stesse preghiere del prete; lo fa con una forza inaudita, da vera invasata. Tiene, mentre grida le varie litanie, uno sguardo fra il mistico e l’allucinato, agitando tutto il corpo come una marionetta impazzita. Le braccia sembrano mulini al vento e si fermano solo quando le congiunge stingendosele al petto, proprio come San Rocco che è nella nicchia di fronte a lei.

Nessuno più siede accanto a Lia; i fedeli, abituati alle sue stramberie, cercano in tutti i modi, dagli altri scranni, di starle alla larga e far come al solito, finta di niente.

Anche il prete, un uomo iroso che predica come maledicendo, si è stancato di guardarla, come faceva all’inizio – quando ancora non si capivano bene quelle stranezze della donna -, tentando invano, attraverso le occhiatacce che le lanciava, di richiamarla ad osservare un minimo di buon decoro.

Lia, ovviamente, presa dai demoni del suo furore, non si è mai trattenuta, anzi con l’andare del tempo, ha affinato, se così si può dire, quella sua arte tanto da riuscire ad imitare, con maestria, il prete diventandone una sorta di  replicante.

Don Mimì è arrivato al punto che ogni volta che inizia la messa e procede verso l’altare, dondolando sulla pancia come un delfino, si gira immediatamente verso la nicchia, terrorizzato, con la speranza di non scorgere Lia che invece è lì, pronta a concelebrare.

Insomma, gli unici che, in chiesa, sembrano prestare attenzione a Lia sono i volti dei Santi e quello del Cristo che pare chinarsi dalla croce verso di lei, per venirle in qualche modo in soccorso.

Quando Lia riesce a dormire le voci finiscono di darle tortura, ma per riuscire nell’impresa di prendere sonno, la donna ha dovuto escogitare esperimenti vari, fino a trovare, dopo tanti tentativi falliti, la strada giusta che ora tenterò di spiegare. Accende un fuoco e, quando si spegne, sparge la cenere che ne rimane sotto l’uscio della camera; poi vi versa sopra  dell’acqua santa, rubata in chiesa dall’apposita vasca della fonte battesimale, una volta ogni settimana.

Lia procede buttando il materasso a terra e, solo in questo modo, con tale rituale, stremata riesce a piombare in un sonno che la colloca in un vuoto assoluto, fatto appunto di niente, privo di corpi opachi, di corvi, privo di serpi, di bagliori o di onde e luci fluttuanti. Un sonno senza sogni, senza colori, senza rulli di tamburi: un sonno da misera bava di lumaca.

Dalla prima volta che mise in pratica questo rituale, Lia non ha smesso più né ha rimesso il materasso sulla rete, anzi l’ha liberato dalle lenzuola e dorme così, in questa nudità che le fa bene.

Le voci, dunque, si spengono per riprendere la nenia ossessiva quando spunta di nuovo il giorno con le sue maledettissime ore.

Riprende il calvario di Lia, prigioniera degli ingranaggi di un senno perso un poco per volta, nel suo tempo sospeso, fatto di niente, vuoto più del vuoto, pieno invece di silenzi che ha pian piano popolato, imbottendolo   di quelle voci che uscivano da ogni crepa, da ogni fessura, persino dal rubinetto del lavandino, dalle piastrelle, dalla toppa della porta, insomma da ogni luogo dove lei immaginava potessero uscire.

La malattia si era palesata con qualche preavviso: improvvisi tic, lievi dimagrimenti, narici frementi, camminata a piccoli passi robotici, risate inspiegabili, labbra che all’improvviso si arricciavano come quelle di un bambino accigliato. La gente notava e diceva: povera Lia. Poi la cosa finiva lì e la gente la dimenticava.

Il giorno in cui, invece, a tutti sembrò veramente impazzita fu quando si scagliò con una furia imprevista contro una delle sue vicine con cui non aveva mai avuto nulla da dire. L’aggredì con pietre e con tutto quello che le capitò a tiro, accusandola di tenere una radio accesa che lei le aveva nascosto in casa, chi sa dove e che tale radio la stava facendo impazzire, proprio perché non riusciva a trovarla per scassarla e schiaffargliela in faccia. Sì, in faccia, su quella brutta faccia di zoccola di Rosinella.

La vicina cercò in qualche modo di difendersi, ma alla fine si arrese, rinunziando da quel momento ad avervi qualsiasi contatto. Ormai era chiaro a tutti: Lia era diventata pazza e con i pazzi, si sa, non bisogna averci a che fare.

Di ciò si convinse l’intero paese e nessuno ebbe voglia di muovere un dito in suo favore.  La solitudine di Lia divenne, dunque, così cupa che l’avvolse tutta nel suo mantello. Passarono gli anni e fu sempre più pazza e sempre più sola. Qualche passero, spinto da chi sa quale vento, certe volte,                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                s’affacciava a picchiettare sulla sua porta e lei si apriva a quella compagnia e dimenticava le voci, ascoltando solo il suo cinguettio.

Lia non pensava più neanche a mangiare, mangiata come fu da quelle malefiche voci.

Morì di inedia in un giorno di Primavera dall’aria tremula di bei tepori: il cielo terso bagnò d’azzurro la terra, ponendo fine al lungo inverno che fu la vita di Lia.

 

* Laureata in Pedagogia ed in Lettere, è docente negli Istituti Superiori. Ha collaborato con l’Università degli studi di Salerno nell’ambito delle Scuole di Specializzazione (SICSI). È stata formatrice con l’associazione Proteo e militante sindacale in ruoli di dirigenza. Scrive da molti anni senza decidersi a pubblicare.

 

 

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