Il racconto / L’uomo che volle dimenticare per essere

Il racconto / L’uomo che volle dimenticare per essere
di Vicente Barra *

foto-digitaleUna sottile lama di luce filtrava da sotto la porta. Lui, seduto a terra su un pavimento ruvido e freddo,  continuava a chiedersi cosa diavolo stesse facendo in quel posto. Non aveva alcuna idea di cosa gli fosse accaduto o  dove si trovasse. Sembrava  come se tutto il suo passato fosse stato cancellato  e stesse vivendo in sospensione un presente  senza storia.

Tentava invano di ricordare, ma ogni suo sforzo era inutile.  Su un muro impenetrabile si infrangeva ogni suo tentativo e neanche il più sottile spiraglio era in grado di raggiungere la sua coscienza. Da quanto tempo era rannicchiato nell’angolo più oscuro di quella cella? Disperato si passò la mano sul viso lasciandola  correre lungo la sua barba. Non sapeva se meravigliarsi o meno di quanto fosse lunga sospeso com’era in un limbo senza ricordi.

A fatica si rimise in piedi. Provò un dolore così intenso che se non fosse stato per la sua volontà, sarebbe crollato a terra come un ramo secco. Lentamente si avvicinò alla porta che la lama di luce sottile gli mostrava e, origliando, sperò che qualche voce o rumore familiare potesse ricordagli qualche cosa. Ma fu tutto inutile.

“Chi sono? Dove sono?“ gridò con tutta la forza  mentre  con i pugni  colpiva ripetutamente la porta. Ma l’eco delle sue parole ripiombava su di lui avvolgendolo in un angoscioso turbinio che lo trascinava verso la disperazione.

Vinto si accasciò al suolo e, senza accorgersene, cominciò a piangere. Singhiozzava mentre le lacrime rigavano il suo volto fino a bagnare la sua lunga barba che non sembrava avere fine.

Quanto crudele era l’uomo capace di privare un altro suo simile non solo della libertà, ma anche dei propri ricordi. Come avrebbe potuto continuare a vivere senza il suo passato, senza sapere chi fosse stato e cosa avesse fatto. Come avrebbe potuto guardare avanti senza sapere da dove fosse venuto. Come si chiamava? Provò a chiederselo ancora una volta e poi un’altra, ma per quanto si sforzasse l’unica cosa che avvertiva era la sensazione dell’inutilità.

Disperato ritornò nell’angolo più scuro della cella per trovare un po’ di conforto col tepore del suo stesso corpo.

All’improvviso udì dei passi venire verso di lui e voci concitate divenire sempre più intense. Un suono metallico prese il sopravvento e la chiave infilata nella toppa spalancò quella porta che inondò la stanza di quella luce tanto desiderata , ma così improvvisamente intensa che i suoi occhi non poterono tollerare.

“Alzati, prigioniero! La tua ora è giunta,” ordinò una voce dall’uscio.

“Dove sono e voi chi siete?” domandò con gli occhi ancora chiusi.

“Alzati ho detto!” E, irrompendo nella cella, l’afferrò per un braccio sollevandolo di peso.

Lui si teneva ancora il viso tra le mani per coprirsi gli occhi che ancora gli dolevano e l’altro, insensibile al suo disaggio, lo strattonò obbligandolo ad aprire gli occhi e a camminare.

“Dove stiamo andando?” Chiese con un filo di voce mentre la luce cominciava a farsi largo nell’oscurità in cui era precipitato.

“Cammina” ordinò l’altro alle sue spalle che lo spinse obbligandolo a sorreggersi a chi era al suo fianco per non cadere.

“Cosa vogliono da me questi soldati?” si chiese ricomponendosi. Il suo sguardo poteva ora soffermarsi su quei volti e sulle loro vesti. Portavano caschi tondi di ferro e lunghe cappe azzurre e nere sugli usberghi. Avevano alla cintura lunghe spade  che colpivano i gambali emettendo freddi suoni che raggelavano la sua pelle.

Percorsero un lungo corridoio, spoglio ma luminoso. I suo piedi nudi assorbivano tutto il freddo di quel pavimento e il suo corpo teso come una corda di violino era coperto solo da un sudicio camicione. Scesero delle lunghe scale a chiocciola e attraversarono un immenso cortile. Il passo cadenzato delle guardie richiamava l’attenzione anche di chi era intento a svolgere le proprie mansioni.

Avrebbe voluto chiedere a quella gente che lo guardava incuriosita cosa gli fosse capitato e dove si trovasse. Avrebbe voluto pagare se avesse posseduto qualche cosa per avere una risposta che potesse dargli quel passato che voleva conservare nella sua memoria. Anche se fosse stato il più bieco, il più abominevole, ma sarebbe stato pur sempre il suo. Provò per un attimo ad avvicinarsi ad un gruppo di persone ferme sotto una tettoia a lavorare la ruota di un carro, ma il suo tentativo fu immediatamente bloccato da un pugno che gli mollò uno delle guardie e che lo colpì alla bocca dello stomaco lasciandolo  senza fiato.

Il cielo grigio minacciava pioggia. Il vento teso e freddo sferzava il suo viso e avrebbe voluto ripararsi sotto una tettoia o coprirsi con un mantello visto che il freddo stava diventando insopportabile, ma il timore di irritare le guardie lo fece desistere e così, stringendo le braccia al petto, continuò a camminare aggrappandosi alla speranza che presto tutto sarebbe finito.

Quanto gli avrebbe fatto bene pregare, ma come e a chi? A quale Dio se lui ora non ricordava più nulla. Avrebbero avuto valore le sue preghiere se lui non sapeva a chi rivolgerle? Al sole ormai nascosto tra le nuvole, al vento che gli colpiva il volto e lo faceva rabbrividire, o alla terra che sorreggeva il suo passo? Si sentiva impazzire incapace persino di pregare.

“Dove mi state portando?” Chiese al soldato che era al suo fianco. Questi gli rivolse uno sguardo pieno di disprezzo, ma non volle rispondere alla domanda. Smarrito continuava a guardarsi attorno. I suoi occhi non incontravano altri sguardi ma solo la fredda indifferenza di un mondo che a lui sembrava completamente estraneo. Eppure sarebbe stato sufficiente che uno solo di loro gli avesse fatto il suo nome, o che gli avesse dato una mano per meglio camminare su quel selciato fangoso. “Quanto male fa l’indifferenza” pensò tra sé e sé mentre la sagoma di una maestosa costruzione con due torri si profilava al suo orizzonte.

Davanti ad un grosso e sgangherato carro il drappello si fermò e altre guardie lo presero per le braccia per tirarlo su. Con una fune gli legarono le mani dietro la schiena e, lasciandolo solo in piedi in mezzo al carro, frustarono l’animale affinchè si avviasse. Cosa mai aveva fatto per meritare tutto quel castigo?

Attorno a lui la folla si accalcava e a fatica il povero bue riusciva a fendere quella folla assiepata tutta intorno. La strada portava verso quella sagoma che sempre più netta diventava e quando finalmente raggiunsero lo spiazzo lui capì di trovarsi davanti a Notre Dame. In mezzo al sagrato un patibolo per il rogo era stato eretto.

Con passo tremante scese dal carro. Con il capo chino proseguì.

Una voce tuonò dall’alto di un palco e un silenzio agghiacciante piombò su tutti i presenti: “Jacques De Moley, ti penti dei tuoi peccati?”

Inaspettatamente tutto il suo passato ritornò. Ora poteva affrontare la sua sorte con la fierezza dell’ultimo Gran Maestro dei Templari e ricongiungersi serenamente ai suoi fratelli pregando il suo Dio a cui aveva donato la sua intera vita.

Il fuoco incominciò ad prendere forza e la sua pelle a bruciare …

“ Giacomo  è ora di svegliarti.” Era la mamma che l’esortava ad alzarsi.

“Possibile che tutto era stato solo un sogno?” Si chiese mentre l’odore del caffè appena fatto e le note della canzone di Modugno “Volare” salutavano il suo nuovo giorno.

(I Confronti – Le Cronache del Salernitano)

 

* Vicente Barra, primario ortopedico, ha al suo attivo raccolte poetiche, racconti e un romanzo storico di successo recentemente presentato a Salerno.

redazioneIconfronti

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