Il racconto / Marco, Maria e quel maledetto stop

Il racconto / Marco, Maria e quel maledetto stop
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Marco e Maria.

Marco non voleva proprio saperne della scuola. Ai libri, ai compagni e ai professori, preferiva la solitudine. Viveva da sempre con la nonna Maria. I suoi genitori si erano separati quasi subito e lui aveva preso la cosa con la sua consueta indifferenza. Non provava alcuna emozione. Solo la birra gli dava gioia.

“Birra. Birra forever. Chiara, bionda, scura, spillata; Ceres, Tuborg. Fammi stordire, rintronami. Ho troppe cose da dimenticare e troppe ne ho da ricordare. Birrabirra. Vorrei Alice intorno a me. Ma Alice non c’è. C’è la notte calda e afosa di un’estate torrida dove non c’è un cazzo da fare.”

Nonna Maria lo aveva preso con sé pensandolo ancora come il cucciolo di tanti anni prima. Non poteva proprio immaginare che Marco non era più quel bimbo di una volta. Ora era un ometto, un piccolo guappo di quartiere con il temperino in tasca tanto per sentirsi un po’ più grande.

Stasera si va tutti a ballare ma non è ancora mezzanotte è presto per raggiungere il locale.”

Nonna Maria era di un paese dell’entroterra, un paese piccolo piccolo. Era nata settant’anni prima in una via stretta stretta, che chissà perché, si chiamava via della Stella. La sua era stata un’infanzia bellissima nonostante la miseria. La sua famiglia era poverissima ma Maria e le sue quattro sorelle erano sempre felici. Magari saltavano il pranzo o la cena, eppure non si lamentavano mai di nulla. C’era ancora la guerra, e si viveva tutti insieme in un vecchio casolare di campagna. C’erano tanti sfollati che venivano dalla vicina città. Tanta bella gente o, almeno così pensava Maria vedendoli tutti distinti e a modo. Tra i tanti ancora ricordava il dottor Plinio; se ne ricordava non solo perché quel nome buffo non l’aveva mai sentito ma, soprattutto, perché il signor Plinio era un vero gentiluomo. Parlava con tutti con un ossequio e un rispetto d’altri tempi, soprattutto con le signore aveva un riguardo finanche imbarazzante. Abituati in paese a rapporti franchi, a un fare brusco ed essenziale, uno così non potevi più scordartelo.

“Michele tirato fatto non si è ancora visto. Ma che cazzo fa, che non fa niente dalla mattina alla sera. Forse si è perso dietro il Grande Fratello, ma chi se ne frega della televisione. Ha detto che stasera prendeva l’auto nuova del suo papà. Parole parole parole, al vento, parole senza senso per passare il tempo e bere tutta la notte”.

Il signor Plinio fece una brutta fine. C’era già l’armistizio e le armi ormai tacevano già da un pezzo; un contadino, “scarpe grosse e cervello fino”, credendo che il signor Plinio avesse qualche denaro da parte, cercò di rubarglielo quando questi aveva espresso il desiderio di far ritorno in città per vedere se la sua vecchia casa fosse ancora in piedi. Mentre s’apprestava a far ritorno in città, il furbo contadino si fece avanti per trasportarlo col suo carretto fino a destinazione. Il signor Plinio, lo ringraziò, salutò tutti caramente e salì sul carro. Purtroppo, quello fu il suo ultimo viaggio. Di lui non si ebbero più notizie, di certo non arrivò mai a destinazione. Il contadino riferì che sulla strada un gruppo di banditi l’aveva rapito e preso in ostaggio, che lui era stato malmenato e, insomma, di “quella storia non voleva proprio più parlarne”. Molti sospettarono che le cose fossero andate in modo molto diverso. Nessuno, però, fece domande e la cosa finì lì. Del signor Plinio nessuno sentì più parlare. Maria, lo portava nel cuore quel signore così gentile. Nelle sere d’inverno; un inverno freddissimo, il signor Plinio le aveva insegnato tante belle cose: storie, canzoni, versi, romanze, tutte che parlavano d’amore. “Parlami d’amore Mariù”. E Maria su quelle storie aveva sognato sognato sognato … Era stata la sua Università, il signor Plinio.

“ Con l’auto del papà di Michele tiratofatto, girare girare tutta la notte che sento sarà la mia notte, notte senza Alice e chi se ne frega; lei è in vacanza con i suoi a Formentera. Ma che cazzo è sta Formentera. Soldi soldi soldi, ma mai nessuno di noi ne ha abbastanza. E non c’è più giorno e non c’è più notte, non c’è più amore e non c’è più sesso, non c’è più pace e non c’è più guerra, ma solo inferno inferno inferno…Occhi spenti intorno a me e una grande angoscia perenne e la birra, tanta birra per tirarmi su.”

Maria era rimasta incinta. Incinta di chi? Bé, si dice il peccato non il peccatore. Il peccatore, infatti, saputo che la piccola Maria aspettava, pensò bene di scappare. A volte i maschi lo fanno, per non prendersi le proprie responsabilità, perché non si sentono maturi, perché non hanno lavoro. Stronzate; “sono stronzi e basta”: questo pensava Maria. Nacque Rosa, una rosa con tante spine. Infatti, la figlia fu una spina nel fianco della povera Maria. Non appena maggiorenne se ne andò a Parigi perché voleva cambiare il “Mondo”. Maria a dirle che “il Mondo” non si fa cambiare facilmente e poi, “tu, non hai neppure i muscoli per farlo”. Rosa da quell’orecchio non ci sentiva proprio; voleva scappare e scappò. Finì in una frangia estremista che il mondo voleva cambiarlo col piombo. Quel piombo che, invece, Maria aveva sempre odiato per i tanti lutti che durante la guerra aveva procurato. Col piombo e la galera era venuto anche Marco, il piccolo Marco. Rosso alla nascita come un peperoncino piccante forte. Maria da piccolo piccolo se l’era portato a casa. Tutto era filato liscio fino al giorno in cui il ragazzo non venne a sapere chi fosse il suo papà. Un notaio, studio al centro, un figlio di papà che aveva giocato a fare la Rivoluzione con Maria. Appena aveva saputo che sua “passionaria” era rimasta incinta, proprio com’era capitato a Maria, l’aveva salutata e aveva fatto mestamente ritorno a casa dei suoi, prontissimi ad accogliere il figliol prodigo, “figlio di puttana”. Rosa, orgogliosa come sempre, tenne con sé quel bimbo e non volle denunciare il vigliacco fifone, del suo ex. Contava sulla mamma, la povera Maria. E Maria fu ben contenta di ricominciare. Tante volte aveva dovuto ricominciare e quel bimbo, forse, era il Signore che glielo mandava.

“La storia, la letteratura, la matematica, può aspettare; ci rivediamo d’estate ora voglio io fare la storia, la mia storia e nessuno potrà fermare la mia corsa; una corsa oltre la noia, contro questo mondo senza gioia dove la gente vuol fare solo carriera. E poi improvvisa la pioggia. Quanta pioggia. Allora che si fa? Si monta in macchina e si va. Ma dove? La strada è buia ma è finalmente nostra, solo nostra. Intanto l’afa e il calore sono ancora forti; la pioggia non è bastata a fermare il calore. Il calore di una note rovente persa continuamente dietro al cellulare per parlare con Alice che non risponde mai. Cazzo ma che fa quella a Formentera? Possibile che ce l’ha sempre spento e non è raggiungibile. Intanto io sono sicuro che domai è un altro giorno e si vedrà. Afa, afa africana, afa schifosa nell’aria, nell’anima, nella mente. Afa appiccicosa. Ma adesso frena frena che là c’è uno stop … cazzo non vedi, c’è uno stop. Frena, frena…

Sono le quattro di notte. Di una notte afosa. Maria è fuori al balcone non può dormire e Marco non è tornato ancora. Maria ha lasciato tutto in cucina: insalata di pomodoro, una scatoletta di tonno che a Marco piace tanto, e un po’ di frutta di stagione. Sono le quattro di notte di una notte che non è come le altre; la stessa afa da un mese a questa parte e non è come le altre … Maria pensa a Plinio, la via della Stella e tutti gli sfollati di quella guerra maledetta … Squilla il telefono e il suo vecchio cuore sobbalza; non c’è più niente da fare. È di nuovo guerra per la povera Maria: “tutto finito, tutto finito e adesso come si fa a ricominciare?”.

redazioneIconfronti

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