Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Il racconto / Riaprendo la casa chiusa ritornò il dolore

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di Pina Esposito
di Pina Esposito *

casa-abbandonata-70ff58ef-e8d1-4ec7-a5ec-72356eb8c094Quali erano gli odori che cercavo nelle stanze vuote io lo sapevo, come sapevo del dolore che si sarebbe messo in moto in questa ricerca vana. Eppure li ho cercati entrambi odori e dolori, facendo i conti con ciò che me ne sarebbe derivato da quella necessità di visita senza più scopi. Il vuoto: avrei fluttuato nell’assenza del tuo corpo, sbattendo contro la fisicità del nulla, rischiando la deriva.

Come immaginavo, mi sono venute incontro le scene degli ultimi giorni. Fuori l’umido cielo di Febbraio regolava gli umori della natura che aspettava il risveglio, proprio come me che cercavo, in questo viaggio intimo nella casa materna, una fioritura della memoria per demolire i giorni di nebbia che mi hanno aggredita da quando non ci sei più.

Ho attraversato con passi di corsa le prime stanze, affacciandomi e ritraendomi senza sostarvi: l’avrei fatto dopo, mi dicevo, devo abituarmi a poco a poco. Avrei trovato la forza necessaria a contrastare il silenzio innaturale che assumono i luoghi quando non sono più abitati.

Intanto la bocca dello stomaco era un pugno che mi saliva in gola. Ho spalancato qualche finestra in cerca di aria pulita, ma soprattutto per guardare altrove, andando oltre quel limite in cui la nudità del vero mi tratteneva. Ho sostato sul balcone e ho guardato ciò che i miei occhi, sin da giovinetta, avevano imparato ad amare ed odiare, in uno strano miscuglio di sentimenti che non hanno mai dato per scontato l’intima serenità della mia adolescenza.

Come si fa quando si ha fra le mani una cartolina scolorita, cercando dettagli sfuggenti, così ho fatto io passando in  rassegna tutto quello che si vede dal balcone che ora ha le piante piegate,bruciate: povere cose. Nel consueto paesaggio dal breve giardino fiancheggiato da mura sbrecciate, all’improvviso, dal lago della memoria è emersa la tua figura in cammino. Poi ho sentito i rumori delle mie corse e l’eco delle nostre risa. Sono, così, rinati i rimandi ad altri giorni, troppo troppo lontani; parlavano nella lingua delle cose normali, fatte da banalità rassicuranti che si riflettevano sui nostri visi sereni.

Le begonie fiorite sul balcone, le fette di azzurro spalmate nel cielo, qualche passero a rubarsi un granello di cibo, le formiche in fila intorno ai vasi, le nostre chiacchierate che si confondevano nel ronzio dei pomeriggi estivi, il rimbalzo del pallone scalciato da ragazzini senza pensieri.

Il cellulare che squilla interrompe questo rapido flusso di ricordi del passato.

Integro, ritorna il presente con il suo segno nero. Avevo ragione a temere e a tremare ritornando in questa casa chiusa.

Mi è costato aprire la porta; la chiave ferma nella toppa segnava la fatica del mio cuore. La paura di varcare la soglia era tutta racchiusa nella profanazione che, di lì a poco, si sarebbe consumata. Cercavo, stamane, insieme a certi odori tuoi, fatti di talco e di pulito, anche queste altre cose della nostra vita, ma ho trovato il rumore della morte che è come quello di un tram che si schianta sui binari. Questo è un rumore strano di silenzio assoluto, fatto di acqua che sbatte contro bordi di cemento. Questo silenzio che avvolge con la sua pena ogni mobile, ogni oggetto toccato mille volte, è la colata lavica che sommerge quello che mi appare, oggi, come un  inutile esistere.

Alla fine, mi sono decisa, smuovendo la staticità che mi imprigionava: ho aperto tutte le porte che dovevo aprire,così ho fatto con i cassetti;ho toccato tutto quello che c’era da toccare. Ho aperto gli armadi e sui tuoi vestiti ho appeso l’impotenza dell’abbraccio che non potrò mai più darti.

Ti ho cercato in ogni cosa perché cercavo il senso che debbo dare alla morte,alla tua morte. Rovistare fra le cose mute, risulta un tentativo assurdo e vano: il passato non possiede voce,gliela attribuiscono i ricordi e allora essi diventano sfalsati opachi,come sfuocato diventa il tuo volto che non potrò mai più toccare.

Questa casa trattiene in sé ciò che noi siamo stati;non risuona più di voci: è morta con te. Perciò, può solo gridarmi contro la sua verità: è tutto finito.

Una casa chiusa per sempre, dunque, ti dice che sarà tua solo e soltanto nei ricordi e quindi diventa irreale. La sua fisicità è già in fuga,anche se non è arrivato un nuovo  proprietario.

Con questa consapevolezza, dopo aver ripercorso il lungo corridoio, sapendo che ti avrei voluto vedere sbucare da qualche parte, ma che ciò non sarebbe stato mai più possibile, ho deciso che era il momento di andarmene via. Prima, però, dovevo aprire ancora una porta, quella che non avevo avuto il coraggio di aprire. Sono arrivata nei suoi pressi sentendomi le gambe amputate e ho sbattuto contro il nulla, contro il vuoto della tua assenza.

Stordita da tutte queste sottrazioni, picchiata nel corpo e nell’anima, sono entrata nella stanza in cui hai dato l’ultimo respiro e, finalmente, ho pianto.

Mi sono avvicinata ai vetri scostando le tende: fuori un vento leggero, un accenno di pioggia, un tremore fra i rami dell’albero che ti ha fatto, negli ultimi anni da sentinella; poi, un’ombra sul profilo dei monti, il guaito del cane del nostro vicino. Sono andata via portandomi dietro la tua immagine di piccola bimba dormiente; sono scappata penetrando, senza troppe energie, il presente, chiudendomi alle spalle quella porta che mi aprivi quando stavamo bene, tanto tempo fa, in quel tempo normale.

Ho capito quello che è ovvio: anche le case hanno la propria ciclicità. Così come il tempo che si fa tempo negli uomini e nelle ere, nel cielo dei giorni, negli istanti, scandito dall’esistente che si coglie in ogni cosa: nell’immobile candore lunare, nel fragore delle onde, nel vortice del vento, nella guancia paffuta del neonato che si scava quando diventa anziano.

Una casa che si chiude segna la fine di un tempo che contempla già in sé l’inizio di un tempo nuovo, diverso. Anche lo sguardo di chi lì vi abitò, pur girandosi indietro, per forza di cose è costretto a dirigersi verso le rotte che il nuovo tempo gli impone.

Sarà così, pure, per ogni giardino,per ogni stella che nasce e che muore……

 

* docente e scrittrice

 

 

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