Il riflesso della Luce su una fronte corrucciata

Il riflesso della Luce su una fronte corrucciata
di Luigi Rossi

Caravaggio, rissoso pittore dalla dubbia reputazione, ha fornito la pregnante rappresentazione del passo del Vangelo che si legge nella seconda domenica di Pasqua. Il Merisi è insuperabile nel fare della luce la protagonista delle sue opere. Quella che si riflette sulla mano del Risorto mentre afferra il dito di Tommaso esalta un enigma: l’apostolo tocca veramente il costato trafitto del Risorto?
La composizione pittorica diventa così un invito a riflettere su un quesito esistenziale di estrema attualità circa la Resurrezione, un fatto che non é descritto nei vangeli canonici; solo in quello apocrifo di Pietro viene fornita una immaginifica descrizione di una croce che esce dal sepolcro e tocca il cielo, evidente tentativo di raccontare un fatto tramite una elaborazione teologica.
Come avviene la Resurrezione non trova riscontri nelle testimonianze degli apostoli; con particolari anche discordanti e confusi costoro riferiscono però di una esperienza che autorizza a ritenere che in quel frangente sia avvenuto un fatto inspiegabile per la logica umana e del tutto inatteso se si analizza lo stato d’animo, la psicologia e la reazione dei testimoni. Sono tutti elementi che possono essere valutati razionalmente divenendo fertile terreno preparatorio per ricevere il convincente dono della Resurrezione accettata per fede.

Riassumiamo allora i fatti. L’evangelista Giovanni riferisce che la domenica precedente nella sala dove sono rinchiusi i Dodici nessuno ha sentito bussare. Le porte sono sbarrate per la persistente paura dei Giudei e descrivono bene lo stato d’animo dei discepoli. Il Risorto attraversa l’uscio ed esorta i presenti ad uscire da quella stanza, ambiente dall’aria viziata e saturo di sconfitta, per recarsi in Galilea e ricominciare: devono smettere di stare tappati dentro ripetendo tra di loro “abbiamo visto il Maestro”, un mondo attende la Buona Novella.

Dopo una settimana si ripete la scena. Questa volta il Risorto si rivolge direttamente a Tommaso, il discepolo più polemico, e gli offre la prova da lui sollecitata in precedenza. L’apostolo risponde riconoscendo il suo Signore con una esclamazione di fede personale, anche se ancora pronunziata a porte chiuse. In effetti non è sufficiente il semplice vedere. Infatti, otto giorni prima le donne sono fuggite pur avendo visto un angelo, i discepoli hanno dubitato pur prostrandosi di fronte al Risorto, Cleopa e l’amico di Emmaus non lo hanno riconosciuto pur parlando per ore con Lui mentre gli camminavano accanto, la stessa Maddalena lo ha scambiato per il custode del giardino dove è ubicato il sepolcro.

Il Risorto non esorta Tommaso ad osservarlo; gli chiede ancora di più, mettere il dito nella sua vita, toccare con mano le sue scelte, anche quelle che lo hanno portato alla morte. All’esclamazione di Didimo il Cristo risponde con tono scettico: l’apostolo crede solo perché ha veduto! Gli contrappone chi crede anche senza aver visto, completando in tal modo l’elenco delle beatitudini. Le testimonianze sull’esperienza del Risorto trascendono la semplice visione; non si tratta di consolare chi è nel dubbio, persistono gli interrogativi anche dopo aver visto perché è difficile vivere come il Maestro ha insegnato, accettare il suo Spirito ed aprire finalmente le porte per compiere scelte coinvolgenti anche se rischiose.

Il protagonista di questo passo evangelico è un uomo che si differenzia dagli altri discepoli di Gesù: è un galileo radicale, idealista, cocciuto, pragmatico, attraversato da un dubbio generato dalla concretezza del suo voler essere razionale: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” aveva detto.Tommaso ha condiviso con Gesù tre anni di esperienze che hanno lasciato il segno nel suo animo; sa che egli è morto ed intanto gli vogliono far credere che è possibile sperimentarne la presenza perché i confratelli l’hanno visto. Egli ritiene assurdo quanto gli riferiscono, non vuole essere parte di un inganno dettato dal dolore di chi ha seguito il Cristo crocifisso dai romani.
Tommaso é l’apostolo che riflette meglio l’atteggiamento odierno verso la Risurrezione e il Risorto; il fatto che sia conosciuto anche come Didimo, che significa gemello, rende ancora più evidente il paragone: i suoi dubbi sono anche i nostri. La differenza è data dalla sua disponibilità a ricercare la verità e dalla sua determinazione a voler toccare per essere sicuro, consapevole che é troppo importante sapere chi veramente é il Maestro di Nazaret.

Gesù, paziente pedagogo, per incoraggiarlo e sciogliere i dubbi che lo assillano gli mostra le ferite che dovrebbero aiutare a capire. La Resurrezione non annulla la Croce; infatti noi saremo ciò che sappiamo realizzare mettendo a frutto i talenti ricevuti. Le piaghe sono incontrovertibili prove dell’amore, sale e lievito per la vita, capaci di sciogliere anche la fronte rugosa di Didimo, il gemello che ci rappresenta nel dubbio e nella ricerca della verità. Il passo del vangelo riassume questa situazione. Tommaso non rimane per giorni chiuso in una stanza come gli altri che hanno visto il Risorto, gira per le strade di Gerusalemme senza timore ed una volta vinto ogni dubbio testimonia la Resurrezione del suo Signore, dono del Risorto, luce radiosa che spazza via tutti i suoi dubbi conferendo pace ad una mente corrucciata.

redazioneIconfronti

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