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Il riscatto

Il riscatto
di Pina Esposito

Quando meno te lo aspetti arriva la svolta della tua vita.
Le coincidenze giuste, nel giro della giostra dei tuoi giorni, aprono lo spiraglio del tuo cielo chiuso e, allora, riaffiora la vitalità appannata, in petto avverti il muscolo che ti pulsa il battito che volevi avvertire ancora e che ti fa di nuovo ridere gli occhi mentre cammini.
Questo presagio di vita nuova mi è venuto dalla telefonata ricevuta trenta giorni fa precisi e che oggi festeggio regalandomi una pausa, bevendo il mio vino preferito, non con la mia combriccola di amici scapestrati, ma con il mio vecchio, vicino al camino. Ho, finalmente, riannodato i fili spezzati con mio padre, sono tornato alla tana di un tempo, abbandonata dopo quei litigi che ti sembrano, non accidenti del destino, ma le obbligate conseguenze dell’età che ti induce ai contrasti generazionali.
Quelli che fanno nascere le incomprensioni, quelli che ti fanno strabici nei sentimenti, quelli che ti fanno sentire un Dio che può punire o maledire, rinnegando chi ti dovrebbe essere più caro.
Insomma, è inutile soffermarmi sul male che ho fatto e su quello che me n’è venuto litigando con i miei.
Parlare poi del tormento che mi ha accompagnato per anni per essere presente solo quando era troppo tardi vicino a mia madre che, immagino ora brindi con noi da lassù, può servire a farvi capire come la cosa bella che mi sono guadagnato, mi abbia fatto riappacificare con me stesso, ritrovando il senso di me smarrito, maciullato in ostinazioni perverse.
Ora è il mio tempo nuovo e mio padre alza il calice e brinda con me. È ancora vivo nel suo volto rugoso la sua austera bellezza, che è la mia, in quest’età dell’abbandonata adolescenza: siamo due gocce d’acqua. Solo il colore della pelle è diverso; porto il sud di mia madre nell’iride e i miei pori trasudano di ambra del Marocco. Da questi incroci si notano i dettagli della differenza che mi distanzia dagli azzurri dei vichinghi che, invece, mio padre conserva anche adesso che è avanti negli anni.
“Allora, raccontami di questa Orion”, mi fa mio padre
“È straordinario quello che mi è successo; i miei spot campeggiano, ovunque; ancora non mi sembra vero che abbiano scelto me. Orion è diventata una realtà prestigiosa, un brand conosciuto nel mondo; un contesto che esalta l’italianità nei suoi aspetti migliori. Una realtà che ci discosta dalla solita oleografia”
Mio padre sorride e acconsente e mi stringe le mani; ha la commozione che gli si incespica in gola e poi mi dice, in fretta, come se dovesse chiudere un discorso che si sta aprendo, sgusciando da un buio remoto, quello che volevo sentirmi dire: “non ho mai smesso di credere in te: sono felice per te”
Lo abbraccio; anche questo momento che stiamo vivendo, con il camino sullo sfondo, i bagliori che rimanda diffusi sui divani, sembra uno spot retorico di quello dei caroselli di una volta, scene rivisitate da quelli più innovativi dei nostri tempi, che per lo più, si reggono sugli stessi canoni del passato.
“Dimmi com’è andata questa storia”
Non ho gran voglia di spiegargli tutte le fasi di questo percorso conclusosi con un contratto straordinario; ma debbo farlo. A me bastava dirgli la notizia, recuperando il senso sotteso che essa dava a noi due, ma mi sono arreso alle altre tante domande che mi ha fatto e gli chiarisco come sono andate le cose.
Inizio dal bando cui ho partecipato che prevedeva un concorso di idee, non destinato alle agenzie pubblicitarie, ma aperto a chiunque volesse cimentarsi nel lancio di questa nuova realtà enogastronomica tutta italiana, all’insegna del gusto e del cibo d’eccellenza, da diffondere all’estero, oltre che qui da noi.
Alle spalle avevo le mie esperienze e mi bruciava ancora il licenziamento, giustificato con i tagli per affrontare la crisi (questa la versione ufficiale); la rottura brusca con l’agenzia aveva avuto l’effetto di un ciclone e mi ero lasciato andare alla vita del randagio che si rifiuta di bussare alle porte di famiglia per orgoglio, per l’incapacità di tenere a bada quell’io smisurato che, a muso duro, aveva sbraitato contro il mondo intero, massacrando ogni relazione e, cosa più grave, i rapporti parentali.
Poi arriva Orion e rinasco. Divento un fiume in piena e non mi sorprende il fatto che abbia superata la riluttanza iniziale. Mio padre mi ascolta e si lascia trascinare nella narrazione che si innesca su quello che ho assorbito, tuffandomi in un contesto che dovevo conoscere a fondo se volevo riuscire a farne cogliere  la valenza e, soprattutto, se volevo vincere, portando a casa il mio riscatto personale.
Allora gli dico come abbia affrontato questa fase e di come, man mano, quello che volevo conoscere e capire mi prende, coinvolgendomi totalmente. La mia sfida si nutre del desiderio conoscitivo, che mi porta ad elaborare gli umori dei rancori, sentendo germinare in me emozioni diverse che diventano gemme schiuse del mio albero nuovo.
Cerco di far cogliere il flusso emozionale che mi ha afferrato e faccio riemergere i sapori, gli odori, i colori che mi hanno invaso nell’esaminare i vari prodotti offerti da Orion nella sua vasta catena di diffusione che congiunge produttori e consumatori con un unico filo sottile e solido, fatto di amore.
Mio padre è attento, assorbito dalle mie parole; si vede che è scattata la magia che riesce a fonderci.
Ogni tanto, il suo gesto meccanico dell’attizzare il fuoco nel camino; ogni tanto qualche breve interruzione, mentre le parole continuano ad andare veloci.
Gli parlo dei vari prodotti e dei vari centri presenti in Italia e aperti nelle più importanti metropoli del mondo (Dubai, Instanbul, New York, ToKio); gli spiego la mission del fondatore, del coraggio di osare e di credere nelle nostre eccellenze, un punto di forza che ha scardinato la mediocrità di chi non ha mai voluto ulteriormente potenziare uno dei settori trainanti della nostra economia.
Mio padre continua a seguirmi rapito e acconsente, circostanziando i miei ragionamenti con entusiastiche approvazioni.
Scendo nei dettagli di qualche store, anzi glieli faccio vedere al computer, così si fa un’idea più precisa; ho paura di non sapergli trasferire il senso del bello che li pervade; lui osserva gli spazi luminosi, le ampie vetrate, le vetrine del gusto, la merce in bella mostra; coglie nell’arredo la raffinatezza che esalta luoghi che non sono stati offesi da ristrutturazioni e recuperi grossolani, cafoni. Lo spirito del luogo sussiste, permane, lo si può rivivere nella festa della fantasia, andando indietro nel tempo, quando altra era la sua funzione.
Un teatro, un antico mercato, una fabbrica dismessa, una libreria recuperati (solo per fare pochi esempi) rivivono in una vitalità che premia e che crea occupazione.
Dico al mio vecchio che, proprio riferendomi al passato e coniugandolo con il presente, ho creato parole che per le immagini scelte, sono diventate le foglie della mia corona di alloro che fingo di toccarmi portando le mani alle tempie. Ne sono stato capace perché prima di mettermi al lavoro ho perlustrato a lungo quei posti ed in ognuno ho saputo respirare il tempo andato, accompagnandomi alle donne e agli uomini che, in altri tempi lì si sono trovati. La polvere degli spalti, i libri sfogliati, il rumore dei macchinari, il vociare della gente, il frusciare di antichi mantelli, gli ombrelli di seta, i bastoni da passeggio, tutti elementi messi insieme per quei meccanismi immediati della mente, fotogrammi di un film per la mia cinepresa.
Gli mostro il video che ho realizzato: vi scorrono immagini in dissolvenza, rapide, folgoranti, venute fuori da quell’immaginario vissuto nella solitudine del mio io più remoto e poi rielaborato alla luce della ragione, supportato dalla tecnologia. Poi si leggono le parole e mio padre, ormai, non mi nasconde le sue lacrime.
Non fa che dire: “bellissimo, bellissimo”, elogiando il mio lavoro e poi manifesta il suo compiacimento per quei centri che ritiene dei gioielli, sottolineando che ne ha apprezzato soprattutto il calore.
“Non sono freddi, non ti danno quel senso di spaesamento che vivi quando passi qualche ore in un centro commerciale; no, qui non si coglie, proprio no. Quelle luci, tutto il bianco dei pavimenti,no non mi è mai piaciuto”, mi dice, ed io condivido.
Gli dico che presto glieli porterò a visitare, così programmeremo dei viaggetti, avremo modo di stare sempre più insieme, prometto.
Il tempo passa veloce; ho bevuto ancora altro vino e il mio stomaco incomincia a darmi fastidio; gli dico che è ora di spizzicare qualcosa e ce ne andiamo in cucina.
Preparo io un primo veloce, per secondo bistecche al sangue e fra un boccone e l’altro non si sazia il mio desiderio di parlare ancora.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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