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‘Il rito del saluto’ di Parazzoli

‘Il rito del saluto’ di Parazzoli
di Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso

Il critico Giuseppe Amoroso

Come nella trilogia inaugurata da MM Rossa e proseguita con L’evacuazione e Piazza bella Piazza (2006), le vicende dei racconti di Il rito del saluto (Bompiani, pp.298), quasi seguendo le scie di un’illuminante e, insieme, oscura filigrana, il richiamo di un invasivo nulla, di un’imprendibile attesa, si raggomitolano intorno a ramificati spunti di incantamento che, pur non consentendo una risoluzione sferica, gettano l’esca di intrecci continui fra passato e presente. Si squaderna un mondo che a prima impressione può apparire incollato sulle cose minuscole e allertato dal diktat esercitato dall’essenziale, dal dettaglio sfuggente, quando il quadro di eventi e voci è troppo compatto e la sola sicura via per riuscire a penetrarlo è proprio quella di promuovere frammenti, atomi, anche relitti, a strumenti epifanici di decifrazione. È ancora Milano con i suoi sfondi noti “in ogni strappo dell’asfalto”, ma pure metafisici nella malinconia di chi li guarda, a fare da epicentro a tante storie. Che creano, accanto ad altri paesaggi diversi (ma marcati dallo stesso timbro stilistico) una sorta di struttura ottica di forme e colori in arsi, che sostituiscono fatti e pensieri, il brivido sonoro della vita, quello cedevole della dimenticanza, esorcizzando i legami tra personaggi soli e ormai isole di un allucinato universo, inconsapevoli del destino che inesorabilmente ”sta nel mezzo” e dello spettro incantatore della “reincarnazione”.

Parazzoli, con una fantasia che estrae, dal divertito gioco (“un gioco dentro l’altro”: così in Il tribunale dei bambini, del 2009) della ricerca, amarezze e dolori, racconta nei modi volutamente definiti di una registrazione quasi notarile (o sibillina?), situazioni imprecisabili, convulse, come quelle diffuse nel locale del Nilo Blu, ove lo scrittore narrante, desideroso di trovare “un turbinoso finale” ai suoi fantasmi, si imbatte in “tutti i personaggi delle sue storie passate, senza più differenza tra i vivi e i morti”. Da un quaderno che quest’io porta con sé sgusciano le vicende di una “stupida sfida all’assurdità della vita, di follia ed echi di morte, di sogni che finiscono con la “rapidità degli incubi”, di stupori di fronte all’imprendibile mistero del creato. Si incontrano contadini che recitano versi malinconici, un celeberrimo caffè letterario milanese, artisti di gran fama e il popolo minuto. Seguitando, ecco un giovane nobile decaduto, che si arruola nei Garibaldini in marcia verso il Tirolo, per provare cosa significhi una morte inutile (un “ideale che puzza di morte”); un malinconico e anziano medico che, perseguitato dal ricordo di un dramma patito, progetta di costruire una baita a ridosso di una roccia come oltraggio al pericolo; un prete che si uccide perché ha perso ogni speranza nella resurrezione; un intagliatore di polene che guarda senza stupore l’orizzonte; uno scrittore ormai in declino che vede in un giovane aspirante non dotato lo “strumento di rivalsa” sui propri fallimenti , e, soprattutto,una fantomatica, vecchia zia che, nella sua equivoca casa, ove c’è “una risposta a ogni domanda”, ospita numerosi strani   personaggi che si abbandonano a oscure conversazioni, a risate e tumulti notturni e ad assurdi processi su una partita a scacchi. Non manca un manoscritto ritrovato, una sorta di cantata o poema romanzesco o danza macabra, in cui un coro di defunti ricarica i propri ricordi per non far sparire in un naufragio il senso delle loro vite. Ma li accerchiano “ipotesi fumose”che solo il “canovaccio delle rimembranze”, approntato da “comici dell’arte”, può riempire di messaggi positivi.

Contraltare alla “scacchiera della città” e alla civiltà “ferma una sbiadita faccia da statista colma di rughe”, si propongono notizie che scivolano sullo schermo televisivo di un paese in crisi economica e politica, e un’attenzione partecipe alla rigogliosa ed enigmatica natura: i boschi del Trentino, le nevi del Rosa, le vallate, le sere che “tagliano i monti con una foschia lucente”, un posto di mare in cui non si vede il mare, e i frutti che, nonostante i tonfi notturni, sono sempre attaccati ai loro rami, un tunnel al di là del quale si spalanca il vuoto, un bar dove chi entra spera di ritrovare il filo perduto della propria vita, e supermercati e bivacchi dei senza tetto. Libro sfogliato da una mano triste, non cerca riscatto nella poesia: i poeti “quando appiccicano realtà e sentimenti(…) si illudono di sfondare la parete. La parete non si sfonda, la palla rimbalza e torna indietro”. In un effervescente impasto di strutture narrative dissimili, operano allacciamenti magnetici e simboli e rispondenze e indicazioni depistanti, privi del peso tradizionale degli ausili didascalici. Così, certe soppressioni dei raccordi ortodossi, privi di strappi e spazi da colmare con allusioni, ipotesi, simboli, interagiscono, avviandosi verso la “sarabanda di un Carnevale finale”, con solidi snodi organizzati, in una superiore commistione di generi letterari, e con la collocazione dei momenti più eversivi “dentro una cornice tranquilla”.

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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