Il ritorno di Berlusconi e Forza Italia? Grazie no, abbiamo già dato

Il ritorno di Berlusconi e Forza Italia? Grazie no, abbiamo già dato
di Gigi Casciello

Il mio non fu amore a prima vista ma in compenso gli ho dedicato un bel po’  d’anni della mia vita. Era la fine del ’93, mi ero imbattuto in uno degli uomini Publitalia che poi sarebbe diventato il referente di Berlusconi in Campania fino al 2006, Antonio Martusciello.
Confesso l’incapacità di cogliere l’attimo ed i tempi che cambiavano. Quel proporre un nuovo partito come se si trattasse di un prodotto pubblicitario, quell’annuncio di discesa in campo come se venisse ufficializzato un nuovo acquisto per il Milan, mi sembravano cose fuori dal mondo, inconciliabili con la sensibilità degli italiani abituati ad avere un rapporto diretto e continuo con i politici ed i partiti ai quali, di fatto ed in larga maggioranza, affidavano il proprio destino, quello dei propri figli e di intere generazioni.
Era andata così per quasi mezzo secolo e Tangentopoli, mi dicevo, avrebbe spazzato via una classe politica onnivora e non più credibile ma non il sistema dei partiti.
Non avevo capito niente. E a dire la verità ero in bella compagnia. Berlusconi stravinse, la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto fu smantellata in fretta ed iniziò la lunga diaspora degli ex democristiani che avevano cercato di salvare il salvabile con il Patto per l’Italia dopo che qualcuno, come Casini e Mastella, si era messo in salvo con il Ccd sotto l’ala protettiva di Berlusconi.
Passarono i mesi e l’incapacità dei socialisti di rimettere insieme i cocci, la criminalizzazione di Craxi, i vuoti di memoria di tanti e la radicalizzazione del Pds su posizioni giustizialiste mi fece credere che in fondo, se Berlusconi fosse stato capace di garantire una riforma del sistema Italia sul modello più società e meno Stato ed avesse messo mano alla riforma della giustizia limitando l’azione prevaricante di alcune Procure, sarebbe bastato per iniziare a fidarsi di lui. Il tempo avrebbe fatto il resto perché, e mi sembrava l’unica strada possibile, Berlusconi avrebbe dovuto lasciare la strada del populismo per trasformare il suo partito in una nuova e vera forza popolare che raccogliesse l’eredità storica della Dc e del Psi. Mi frenava ancora l’inevitabile alleanza con i postfascisti di Alleanza nazionale ma in un’Italia dove tutto appariva edulcorato mi sembrava il male minore. Sensazione che si trasformò in certezza quando conobbi Pinuccio Tatarella, uomo di rara genialità, capace di andare oltre gli schieramenti, gli apparati, la mediocrità di una politica che pensava di di aver risolto il problema dell’anomalia italiana post-tangentopoli con il bipolarismo. Era il 1996 e Tatarella parlava, soprattutto lavorava, per andare oltre il Polo.
Ce n’era abbastanza per lasciarsi andare, credere nella opportunità rappresentata da un partito come Forza Italia, per di più con la possibilità di rapportarsi con An attraverso la più viva intelligenza di quel partito, Tatarella appunto. Nacque più o meno così la decisione di accettare di mettermi in gioco in una sfida che nessuno voleva cogliere, la candidatura a sindaco di Salerno contro Enzo De Luca alla sua seconda esperienza a guida della città, tra l’altro nel momento di maggiore ascesa di uno dei sindaci più amati dagli italiani.
La campagna elettorale del ’97 fu straordinaria ed ancora oggi, non solo perché mai un candidato del centrodestra ha raccolto più voti dei miei contro De Luca, mi piace ricordarla come una straordinaria impresa fallimentare di successo.
I guai e le delusioni iniziarono subito dopo: il partito non c’era e forse nemmeno avrebbero voluto che ci fosse. Così quando dopo quasi dieci anni ed un’altra sconfitta, quella delle regionali del 2005, meno cocente della candidatura alle politiche nel collegio 17 in provincia di Salerno, cancellata in una notte, avvertii l’inutilità di tutto quell’impegno, chiusi dietro di me, non solo fisicamente, la porta del coordinamento provinciale di Forza Italia, mi sentii sollevato, come liberato di un peso, di una convivenza che avevo creduto possibile con uomini e donne dalle quali mi divideva praticamente tutto: l’idea che avevo della vita e della politica, della giustizia e dello Stato, dell’organizzazione del partito e della selezione della classe dirigente, del modo di fare opposizione al “supersindaco” di Salerno e ad Antonio Bassolino, ancora potente governatore della Campania.
Ciò che è accaduto dopo l’ho guardato e giudicato da lontano. Il Pdl mi è apparso subito come una sintesi improbabile in una più ampia condizione disadorna del centrodestra italiano. Certo, in Campania e non solo, il centrodestra ha collezionato un bel po’ di successi elettorali conquistando città importanti (fermandosi comunque alle porte di Napoli e Salerno), quattro amministrazioni provinciali su cinque e soprattutto la Regione Campania.
Vittorie importanti, decisive anche per la leadership di Nicola Cosentino che nonostante la nomina a commissario regionale di Nitto Palma, resta più salda di quanto si pensi.
Dalla vittoria di Stefano Caldoro, tra l’altro contro il sindaco di Salerno, che ha permesso al centrodestra di conquistare la Regione Campania, sono passati appena due anni. Eppure sembra un’eternità e tale apparirà allo stesso Caldoro che non da oggi cerca sponde nuove ed orizzonti diversi. In pratica immagina altro per sé avvertendo lo sbriciolarsi di una coalizione e di un partito che rischia di essere travolto dal grande limite di non aver saputo creare una vera classe dirigente che andasse oltre la leadership di Berlusconi. E tanto è ancora più grave dei guai che non hanno risparmiato gran parte dei dirigenti del  Pdl, da Verdini a Cosentino.
Insomma, non so se mi sbaglio anche stavolta, ma ho l’idea di assistere agli ultimi giorni dell’impero e non mi sorprende che tale sensazione venga liquidata con sufficienza da chi in periferia consuma gli epigoni di un potere senza credibilità né responsabilità
Certo, in questa storia ed in questa passione, in fondo non corrisposta, alla fine ci ho rimesso tempo, sogni e forse anche un pezzo d’onore. Ma in fondo è triste che, questa stessa storia, non riesca a suscitare in me alcuna emozione nemmeno ora che annuncia imminente un suo ritorno, presa per mano dal suo Cavaliere pronto ad un’altra discesa in campo, immarcescibile come un vecchio generale sconfitto ed impavido come un templare fuori della storia o, peggio e più semplicemente, come chi non vuole arrendersi all’avanzare del tempo ed ai segni della vita.
Ecco, il possibile ritorno di Forza Italia e la riconfermata candidatura a Premier di Silvio Berlusconi mi fanno questo effetto, a metà tra l’indifferenza e la rabbia per l’assoluta certezza dell’inconsistenza della proposta politica e l’autoreferenzialità della sua classe dirigente. Ma soprattutto per l’assenza di passione. E Dio sa quanto servirebbe in questa Italia dilaniata da una crisi provocata da guai antichi ma aggravata dall’incapacità di avvertirne l’avanzare. E questa è la più grande colpa di Berlusconi. Una responsabilità che ne delegittima qualsiasi pretesa di futura leadership alla guida del Paese.

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Il ritorno di Berlusconi e Forza Italia? Grazie no, abbiamo già dato

  1. Si puó condividere tutto o in parte il tuo articolo Direttore. Come rifiutarlo. Ma di una cosa sono sicuro: non hai perso alcun onore nè un pezzo nè tutto. E nel mio piccolo in quella splendida annata del 1997 sono certo, come per te, di aver solo dimostrato che cos’è l’onore! E noi ne avevamo da regalare. Resti sempre il mio Sindaco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *