Dom. Set 15th, 2019

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Il ritorno di Ionesco: l’assurdo divenuto reale

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di Francesco Tozza

Ionesco

di Francesco Tozza
Ionesco
Ionesco

Si scrive molto, forse troppo; si legge, invece, poco: ulteriore conferma del narcisismo e della pienezza di sé che caratterizza l’uomo dei nostri giorni (e la scrittura, specie se reiterata quasi con ossessivo compiacimento, ne è un evidente sintomo), laddove una maggiore umiltà, e una genuina curiosità per l’altro, indurrebbe a quell’ascolto sui generis che è la lettura, sicuramente assai più proficua per la formazione di tutti, scrittori compresi!

La forse banale – e un po’ amara – considerazione, che da tempo, periodicamente, ci capita di fare, tornava in mente l’altra sera, uscendo da Galleria Toledo (a Napoli), dopo l’interessante  spettacolo offerto da Elena Bucci e Marco Sgrosso, con la loro riproposta di Delirio a due, uno dei testi – non fra i primi – del c. d. “teatro dell’assurdo”, portato sulle scene parigine nell’ormai lontano 1962 e dovuto alla penna di Eugène Ionesco. L’autore – ovviamente notissimo agli addetti ai lavori o comunque ai cultori dello specifico – sembra (a giudicare anche dalle poche presenze al debutto napoletano) non dire molto, oggi, alle ultime generazioni, ma anche a quegli adulti sempre più immersi in un pervasivo presente, acriticamente vissuto nell’assenza della benché minima memoria storica (non solo in ambito teatrale!); eppure Ionesco fu un importante punto di riferimento, con pochi altri (Beckett, per esempio), allorché – a metà circa del secolo scorso (fra gli anni cinquanta e i primi anni sessanta) – le giovani generazioni di allora divoravano (attraverso la lettura dei testi, prima ancora di poter assistere alla loro messa in scena) quella nuova e rivoluzionaria drammaturgia, lontana ormai dalle lusinghe del bello stile, dalle ingenuità di una trama riconoscibile come tale, in direzione di una diversa teatralità. La caratterizzava un processo di progressiva essenzializzazione, con un caleidoscopio di azioni rituali, spesso svuotate di ogni riferimento ad un Senso ulteriore, preludio all’afasia del teatro successivo; e si annunciava così non solo il lento spappolamento del linguaggio verbale sulle tavole dei palcoscenici, quanto la  messa in crisi del testo stesso, la sua deflagrazione. Le neoavanguardie degli anni seguenti furono debitrici di quella drammaturgia, del suo intimo rovellio; non diversamente, del resto, dalle  avanguardie storiche di inizio secolo, che molto dovettero alla estrema caricaturalità dei testi di uno Jarry, al loro humour irridente e paradossale, nonché alla dimensione visionaria, quasi cubista, dei diversi Ubu che vi proliferarono. Chi ebbe la volontà e la capacità di affrontare quelle drammaturgie, di poggiare su di loro lo sguardo accorto, seppe poi meglio capirne, senza cadere in sterili dommatismi, l’eredità; nelle molecole di esercizio critico che indubbiamente esse  contenevano potè meglio cogliere, in senso formale e sostanziale, le premesse del discorso di là da venire, i segni di una disfatta e di una possibile, anche se diversa, ripresa.

In questo avvitarsi fra passato e presente, che solo l’umiltà del lettore paziente e premuroso riesce a cogliere (e non solo a proposito delle suddette drammaturgie), un testo come Delirio a due rivela il suo perdurante motivo d’interesse, la sua inquietante attualità, senza peraltro bisogno di prosaiche quanto inutili attualizzazioni: esercizio – troppo spesso – di irrisolte quanto inopportune forme di creatività, solo apparente. Uno scherzo teatrale o, se si preferisce definirla così, una farsa agrodolce, innesca qui, in uno dei topoi più usati della commedia di stampo ottocentesco (il litigio fra coniugi), i meccanismi meno desueti dell’iperbole spettacolare: falsa logica, contraddizione ossessiva, enunciazioni lapalissiane, acrobazie con i significati. Il vecchio e ritrito tema del fallimento coniugale viene rinnovato alla luce dell’insolito, dell’incongruo, avvolto da atmosfere quasi metafisiche, in cui misteriose esplosioni fanno da contrappunto alle parole, scandendo quasi il ritmo dell’azione, dando all’inconcludente dialogo (rivelatosi in realtà semplice sommatoria di due monologhi) l’unico orizzonte possibile: la difesa, il rifugio, la sopravvivenza (“serve a far passar la vita”!). Lo stato di guerra appare sempre più endemico, non limitato alla coppia simbolica: lo straordinario e l’assurdo avvolgono la banalità quotidiana; la conflittualità cosmica in cui siamo immersi ha il suo controcanto nel cerimoniale, magari anche violento, delle parole.

Il discorso diveniva, dunque, negli anni in cui si leggeva Ionesco, soltanto il luogo della sterile recriminazione, dell’automenzogna e del continuo rinfacciamento; ben si comprende perché il teatro prendesse, allora, altre strade (in direzione del gesto, del corpo, magari verso un progressivo autoannientamento), dopo un rifiuto sempre più netto della parola. Anche se con la parola quella drammaturgia – o, meglio, la società che essa esprimeva – andava scrivendo il suo epitaffio: “Stan facendo tutti la guerra. Pare che la cosa li distragga…. Non ci sono ragioni al mondo…È scoppiata la pace. Hanno dichiarato la pace. Che ne sarà di noi? Che cosa ci aspetta?… Però era meglio prima. Avevamo tempo. Prima di che cosa? … Prima che non ci fosse niente, prima che ci fosse qualcosa. Ricominceranno certamente. Certamente. Non sapranno mai comportarsi come si deve… Che cosa facciamo?… Infischiamocene. È meglio nascondersi”. Sembra il progetto … (si fa per dire!) delle attuali generazioni, probabilmente di quelle future, ma sono parole (lacerti dell’inquietante testo ioneschiano) scritte – s’è detto – agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, ancora con l’eco calda del vivi nascosto di ascendenza epicurea, forse – però – senza più quell’antica drammaticità. Un delirio soltanto, ormai, ieri e a maggior ragione oggi: un delirio a due, appunto. … O a quanti se ne vuole; come recita – acutamente – il sottotitolo della stessa pièce: un colpo da maestro del grande Ionesco. L’avrei conservato in locandina (e trasposto in scrittura scenica, con la moltiplicazione, magari marionettistica, dei due protagonisti)! L’essersi fatto sfuggire questo particolare, per nulla insignificante, è l’unico appunto che muoviamo ad Elena Bucci e Marco Sgrosso, artefici di questa davvero tempestiva – e tutt’altro che anacronistica (come s’è visto) – rivisitazione: bello lo spettacolo, a cominciare dal prologo, sostanzialmente inventato (unica ma coerente licenza presasi dai due attori-registi nella trasposizione scenica del testo), con quella visionaria ipotesi dell’incontro in treno fra i due amanti, non ancora logorati dalla routine della loro unione. Personalmente, forse, avrei insistito, oltre che sul grottesco, sulle atmosfere metafisiche (più che surrealisticamente cabarettistiche) altrettanto presenti nella scrittura drammaturgica e quasi lampanti ad una rilettura, oggi. Il fatto è che ogni lettura produce sempre nuove, ulteriori suggestioni: non è forse il lettore il primo regista di un testo teatrale?

 

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