Il saggio è colui che pensa alla vita

Il saggio è colui che pensa alla vita
di Luigi Rossi

gaza-bambini-570678I molteplici volti della sofferenza, sovente rocca dell’ateismo, inducono a porsi angoscianti interrogativi, che generano protesta quando sembra di essere condannati a convivere col terrore irrazionale ed indicibili paure. Alcuni cercano di esorcizzare questi sentimenti e la morte che emerge in prospettiva rimuovendoli, invece di riconoscere, maturare, sperare di vincere l’angoscia. Da anni molti sono pronti ad affermare che nei campi di sterminio siano prevalse la debolezza e l’impotenza di Dio, attestate dai bambini diventati fumo nei camini, perciò, dopo questa esperienza, ad esistere veramente sarebbe Satana o il nulla.

La vicenda che ha colpito i poveri adolescenti sulla spiaggia della Palestina, che l’ipocrisia occidentale non ha voluto mostrare per come erano stati sfigurati, costituiscono l’emblema della perversione nella quale precipita l’uomo quando dimentica di essere immagine di Dio. Emil Fackenheim per i suoi connazionali ebrei ha evocato un precetto, il 614, valido per tutta l’umanità: non concedere vittorie postume ai nemici assecondando lo sterminio della fede perché potrebbe determinare anche quello definitivo dei credenti.

Nel processo al quale si vuole sottoporre Dio quando capitano episodi orrendi come quello lamentato nella striscia di Gaza occorre evitare che a fare da giudice sia proprio chi per malvagità dimentica il costume ebraico ed il modo vero di adorare Jahvé. Certo, la situazione nella terra di Gesù rimane complessa perché chi vuole annientare Israele, popolo della prima alleanza e testimone dell’ingresso di Dio nella storia, di fatto vanifica l’alleanza. Ma il Signore mantiene la sua promessa anche di fronte al male inenarrabile perché l’uomo, benché umiliato ed offeso, per l’intangibilità della sua persona sollecita il passaggio dall’orrore della guerra fidando nella pace, nuova speranza che produce frutti se affina la sensibilità grazie al Crocefisso, il giusto ieri condannato e oggetto d’improperi da parte di chi assisteva compiaciuto al suo trapasso, oggi vittima di un brutale tentativo di cancellarne persino la memoria.

Cristo rappresenta un momento alto ed imprescindibile dell’identità ed anche della speranza umana, segno di una radicata pietas che, nei vorticosi mutamenti imposti dalla globalizzazione e nella crisi comune che attanaglia il nostro animo, sovente costituisce l’unico approdo sicuro per recuperare valori e mantenere viva la fiducia.

Pare quasi d’immaginare l’eco delle ultime parole che questo condannato a morte atroce riesce a pronunziare mentre la vita lentamente lo abbandona: quale il motivo di tanto odio pur ricordando egli molto bene che ha predicato sempre l’amore? Nel freddo buio degli spasimi finali un senso di abbandono lo fa precipitare nella solitudine più angosciante di un dolore che ha trasformato tutto il suo corpo in una piaga, perciò grida: Elì, Elì, Lamnà Sabactanì.

L’eco di queste parole deve scuoterci. Al di là delle interpretazioni esegetiche sul significato del gesto e della espressione, quei fonemi fanno da cornice al dramma del crocifisso presentandolo a tutti gli uomini e ad ognuno come il momento in cui in Maestro di Nazareth si rivela più umano, più vicino, più nostro. Icona di ogni sofferenza, egli insegna che il segreto di una vita piena, nonostante dolori, persecuzioni, sconfitte, ingiustizie, va riposto nella simpatetica partecipazione alla esperienza comune dell’umanità facendo la propria parte.

Di fronte al crocifisso si sbriciolano tutti i miti basati sul sacrificio del colpevole. Cristo, vittima innocente, inaugura un nuovo rapporto con la morte. Infatti, egli coniuga il senso del trapasso con la certezza che non è l’ultima parola. Perciò vero saggio è colui che pensa alla vita, non alla morte, evocazione possibile anche di fronte ai corpi martoriati di bambini che, nella pausa di una giornata di guerra e di paure, giocavano sulla spiaggia, come tanti nostri fanciulli in Italia, prima che spietati egoismi, sterili ritorsioni e persistenti incomunicabilità reiterassero la tragedia.

 

redazioneIconfronti

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