Il secolo guasto / Un canto sommesso

Il secolo guasto / Un canto sommesso

…di ciò di cui non si può parlare

occorre tacere…

 

di Ernesto Scelza
Ernesto Scelza
Ernesto Scelza

 

E come mantenere memoria

se i ricordi si perdono con gli ultimi

che hanno visto

 

Dove cercare, dove trovare

le parole che dicano l’orrore

quando il silenzio ci strappa i suoni

con i pezzi di carne e di nervi

brandelli di cuore

ricordi, appunto

 

Davanti al forno, quello rimasto

a Mauthausen

acquistato dai comuni italiani

come un lotto

per costruire villette

le linde villette austriache

i gerani alle finestre

 

Davanti al forno, quello rimasto

a Mauthausen

la donna per bene che guarda l’apertura

ancora unta del grasso dei corpi

scivolati via

e io che non oso chiedere

e lei che dice: di lì è passato mio padre

scivolato

nel grasso untuoso del corpo

rinsecchito

 

Perché non ti sei aperto

allora

cielo maledetto

 

C’è solo un abbraccio

stretto, stretto

a trasmettere quello che non è possibile

dire

le vite che lottano per rimanere aggrappate

la violenza folle di un credo assassino e feroce

la lucida scienza di chi aveva

già scelto di fare degli esseri

un nulla

 

Quando i sopravvissuti saranno tutti scomparsi

e scomparsi saranno i figli e i nipoti

e quelli che avranno ascoltato

gli strappi consumati dei suoi ricordi

non ci sarà più

memoria

 

E il freddo gelido

anche in estate

di Birkenau

la geometria delle tracce degli stalag

sul terreno

già non ci dicono più

della disperata animalesca

battaglia per la vita di un giorno

di un’ora ancora

che si combatteva nelle baracche

 

Come i forni, giù in fondo

sul limitare della foresta

abbattuti

perché i russi non potessero trovarli

mentre ancora

lì attorno

se immergi la mano nella ghiaia e nel fango

puoi trovarti tra le mani

un frammento di osso

minuscolo, minuscolo

perché

lo sai

è difficile che tutto, di un corpo

possa passare per la canna

di un camino

 

Che lingua parla quell’osso

che parole usa

per dirci

 

E sopra, nel campo di Auschwitz

che cosa gridano le montagne di capelli

di occhiali, di scarpe

che lungo, assordante

lamento

dalle parole graffiate con le unghie sui muri

 

Fino a quando avremo gli

orecchi per sentire le urla

e il cuore per capirne le voci

 

E sul cancello: il lavoro rende liberi

 

Su quello di Buchenwald

a due passi da Weimar la colta

l’ironia mostruosa

della classe dei superuomini

è ancora più crudele e terribile

a ciascuno il suo

 

E nel campo

battuto di continuo

dal vento degli alti tigli

c’è la quercia di Ghoethe

che guarda

a distanza

il campo dei bambini

Perché nessuno sfugge

alla giustizia dei nuovi dei

 

A Praga, nel ghetto

c’è una sinagoga

piccola e bianca

sulle sue pareti

ancora adesso

si continua a scrivere i nomi di quelli

che alla giustizia dei nuovi dei

sono stati sacrificati

 

E tra la sinagoga

e il cimitero ebraico

un piccolo museo dello sterminio

Due stanze una sull’altra

Non si resiste alla vista

Centinaia di scarpine di lana

da neonati

centinaia di disegni di bambini

Franz, 5 anni. Helga, 3 anni…

una casetta, un albero, un sole che splende

i sogni bambini squarciati

sul nascere

appena sbocciati

da una furia bestiale

 

Se davvero

non è più possibile la filosofia

dopo Auschwitz

non è più possibile il pensiero

ciò che rende umano l’umano

e resta solo il silenzio

senza più ricordo

di una civiltà che si sottrae

alla memoria e alla colpa

 

 

Salerno, giorno della memoria 2014

 

 

redazioneIconfronti

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