Il Sele merita la sua città. Eboli dice si alla storia

Il Sele merita la sua città. Eboli dice si alla storia
Oggi alle sedici quarto dibattito a Eboli per la costruzione della “Città del Sele”. Tecnici e sindaci a confronto in vista di una conferenza di servizi che si terrà entro la fine dell’anno.
di Silvia Siniscalchi

locandina okLa necessità di una rinnovata articolazione interna del territorio regionale e di un più equilibrato rapporto tra le sue aree periferiche e centrali vede in Eboli e nella piana del Sele uno dei principali protagonisti di questo processo, trattandosi di una zona che, dalla bonifica integrale fascista a oggi, ha conosciuto uno straordinario sviluppo, soffrendo però l’assenza di linee programmatiche capaci di coniugarne le dinamiche economiche senza comprometterne le risorse ambientali e paesaggistiche. “Eboli città del Sele” non è uno slogan, ma un progetto concreto, che vede in questa città antichissima, le cui colline appaiono popolate già in età eneolitica, il fulcro di una rinnovata e complessa opera di “ri-territorializzazione” della piana del Sele, intendendo considerare le interrelazioni interne ed esterne di tutte le sue componenti territoriali alla luce di un nuovo piano di sviluppo complessivo. Si tratta di un lucido programma politico, economico e sociale carico di presupposti metodologici innanzitutto geografici. Sono tali, infatti, gli approcci sistemico-relazionali su cui il progetto si fonda (a loro volta ispirati alla “Teoria generale dei sistemi” del biologo Ludwig von Bertalanffy e al saggio “Three approaches to atmospheric predictability” del meteorologo E. Lorenz del 1969), come pure il concetto di “territorializzazione”, denotante l’azione umana su una porzione di superficie terrestre, modellata in maniera peculiare e trasformata, così, in territorio.
Alla complessità intrinseca di questo termine si aggiunge la circostanza che, negli ultimi decenni del XX secolo, ha inteso denotare un processo più preciso e complesso, caricandosi di valori immateriali, quali quelli affettivi, economici, giuridici, politici, linguistici, ideologici, religiosi e via dicendo. Non si tratta di parole astratte, visto che proprio tali valori sono stati da tempo riconosciuti a livello europeo come condizioni essenziali per l’attuazione delle odierne politiche di governance e di sviluppo locale (basti pensare alla “Convenzione Europea del paesaggio” del 2000), maturando il contrasto tra la complessità delle realtà geografiche e l’astratto disegno delle maglie amministrative esistenti.
In proposito i principali geografi italiani, già tra la prima e seconda metà del Novecento, hanno espresso posizioni molto critiche in merito all’artificiosità delle delimitazioni di enti politici generali quali i Comuni, le Province e le Regioni. Considerazioni alle quali si sono nel corso del tempo sommati i dibattiti su un’idea di organizzazione sistemica del territorio volta a coniugare le esigenze di sviluppo economico con la necessità di preservare il benessere dell’ecosistema e garantire quella del corpo sociale, a partire dalla possibilità di rendere quest’ultimo partecipe della “governance” territoriale. Tali istanze sono state accolte dal P.T.R. (Piano Territoriale Regionale) della Campania del 2006, documento che ha proposto la costruzione di un’armatura territoriale capace di realizzare “un assetto equilibrato ed armonioso, funzionale alla promozione di politiche sinergiche per il potenziamento delle specificità endogene e l’accrescimento di una sana competitività tra le aree campane”. In base a tale “geofilosofia”, la riorganizzazione territoriale della Campania è stata fondata su una visione pluralistica e policentrica della maglia amministrativa regionale; il policentrismo è infatti una delle chiavi di volta per la realizzazione di un più equilibrato ed efficace bilanciamento nella distribuzione di funzioni e servizi sul territorio subregionale, invertendo la politica del “napolicentrismo”, ossia del primato sociale, politico e culturale di Napoli città-capoluogo (già plurisecolare capitale di un Regno con cui si è identificata finanche nel nome), foriero di forti squilibri economici e territoriali per gli altri capoluoghi e ambiti provinciali della Campania.
Pur partendo da tali medesimi presupposti, il programma “Eboli città del Sele”, intende affrontare i problemi concreti del territorio della piana del Sele a partire da una proposta che differisce da quella ipotizzata dal PTR Campania 2006, di cui evidenzia alcuni limiti, legati alla pluralità dei criteri adottati e, dunque, alla parziale esattezza/inesattezza dei punti di vista geografici di volta in volta assunti. Infatti, nella proposta di suddivisione territoriale subregionale del P.T.R. Campania 2006 – che articola la regione in 9 “Ambienti Insediativi” e 45 “Sistemi di Sviluppo Territoriale” o S.T.S. (aggregazioni sovracomunali), dotati di relativa autonomia e coordinati dalla regione in una logica “reticolare” – la piana del Sele è doppiamente svantaggiata. Dal punto di vista degli ambiti insediativi, infatti, ricade nel 45° e ultimo, insieme all’area salernitana (vedendo così fortemente limitata la propria autonomia), mentre, dal punto di vista dei S.T.S. è frazionata in aree interne (appartenenti a S.T.S. “a dominante naturalistica”) e litorale costiero (appartenenti a S.T.S. “a dominante paesistico ambientale culturale”), con una ulteriore frammentazione dei comuni interni. Nel caso di Eboli (che con Battipaglia e Serre ricade nel S.T.S. “Piana del Sele”) i comuni confinanti sono accorpati in differenti S.T.S. (Olevano sul Tusciano in quello denominato “Monti Picentini Terminio”, mentre Capaccio-Paestum e Albanella in quello denominato “Magna Grecia”).
Tale divisione appare poco comprensibile, sia dal punto di vista storico-geografico, considerando che Eboli (come l’intera piana del Sele) è stata plurisecolarmente contraddistinta dal rapporto montagna-pianura ed è prossima al parco dei Monti Picentini, sia dal punto di vista dello sviluppo organico del territorio, contraddistinto da aree di grande interesse naturalistico ma penalizzato da un incontrollato insediamento antropico. È dunque necessario dare inizio a una politica coordinata e concertata volta a preservare e valorizzare il corridoio naturalistico che lega il sistema costiero con l’entroterra della piana, il corso e la foce del fiume Sele, come anche la pianura alluvionale e la fascia costiera.
La proposta di “Eboli città del Sele” punta dunque ad affidare ad Eboli un ruolo di coordinazione, almeno con i comuni limitrofi, per il superamento di tali contraddizioni e la messa in opera di un piano di sviluppo territoriale che riesca effettivamente ad aggregare le realtà territoriali in una direzione congiunta e comunemente concertata, nell’ambito di una strategia di “ri-territorializzazione” fondata sulla partecipazione diretta degli attori locali e delle singole istituzioni comunali, per misurarsi con le attuali possibilità di crescita offerte dalle logiche europee di governance e sviluppo territoriale “dal basso”.

redazioneIconfronti

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